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Starmer in Cina: il ritorno dell’Occidente col cappello in mano

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Starmer vola a Pechino con una delegazione record per riaprire il canale economico con la Cina. Tra fedeltà a Washington e pragmatismo forzato, Londra cerca spazio in un ordine globale instabile, rischiando una nuova dipendenza.

Con la bombetta tra i draghi: la visita di Starmer a Pechino

Dopo otto anni di gelo istituzionale, il Regno Unito ha riscoperto improvvisamente il fascino di Pechino. Keir Starmer, primo ministro britannico, è atterrato nella capitale cinese tra il 28 e il 31 gennaio 2026 con una delegazione degna di un forum economico globale: quasi sessanta tra dirigenti di grandi aziende, rappresentanti di istituzioni culturali e mediatori finanziari. Non una missione politica, ma un pellegrinaggio commerciale. La geopolitica, in questa cornice, resta sullo sfondo come un affresco sbiadito, buono per i comunicati stampa ma irrilevante nel concreto.

La narrativa ufficiale parla di “dialogo strategico” e “nuovo corso”. La sostanza è più prosaica: Londra cerca ossigeno in un mondo che non la tratta più come una potenza di primo piano. L’uscita dall’Unione Europea ha reso il Regno Unito un mercato di dimensioni medie, con ambizioni ancora imperiali e leve diplomatiche sempre più corte. La Cina, seconda economia del pianeta, rappresenta per Starmer una scorciatoia: accesso a capitali, esportazioni, visibilità. Il problema è che questa scorciatoia passa per una capitale che non concede nulla senza contropartite politiche.

Gli obiettivi della visita sono stati dichiarati con una franchezza quasi disarmante: ridurre le tariffe doganali sui prodotti britannici, facilitare l’ingresso delle imprese nei servizi, ottenere un regime di esenzione dal visto per i cittadini del Regno. In altre parole, rendere la Cina più permeabile agli interessi di Londra. Una richiesta che, in un contesto multipolare, suona come una nostalgia d’altri tempi: quelli in cui l’Occidente dettava le regole e gli altri si adeguavano.

Tra Washington e Pechino, l’equilibrismo di cartone

Prima di partire, Starmer ha provato a rassicurare tutti. In un’intervista a Bloomberg ha ribadito la “relazione stretta” con gli Stati Uniti, sottolineando che sicurezza e difesa restano ancorate all’asse atlantico. Ma subito dopo ha ammesso l’evidenza: ignorare la Cina sarebbe “imprudente”. La frase è stata letta come un manifesto di realismo. In realtà, è il sintomo di un’incertezza strutturale: Londra non vuole scegliere, ma non ha più la forza di stare su due tavoli senza pagarne il prezzo.

La visita si inserisce in un quadro più ampio. Nel 2025, gli scambi tra Cina e Unione Europea hanno superato i 680 miliardi di dollari, mentre quelli con gli Stati Uniti si sono attestati intorno ai 470 miliardi. Numeri che raccontano una verità semplice: l’Asia orientale è ormai il centro di gravità del commercio globale. L’Europa lo sa, e lo sa anche il Regno Unito, che dopo la Brexit si ritrova a bussare a porte che un tempo poteva permettersi di ignorare.

Il contesto internazionale, poi, rende l’operazione ancora più ambigua. Il ritorno di un’amministrazione statunitense orientata a politiche unilaterali e a toni aggressivi verso gli stessi alleati ha spinto molte capitali europee a ricalibrare le proprie priorità. Minacce di dazi, richiami all’autarchia, sospetti reciproci: l’ombrello americano non è più percepito come affidabile. In questo scenario, Pechino appare come un partner alternativo, o quantomeno come un contrappeso.

Non è un caso che, prima di Starmer, una delegazione canadese abbia già attraversato lo stesso itinerario. Come ha osservato il Washington Post, questa nuova ondata di diplomazia europea verso la Cina nasce in un “ordine globale instabile” e sotto una Washington “imprevedibile”. Parole misurate per descrivere un vuoto di leadership che altri si affrettano a riempire.

Resta però una domanda: fino a che punto questa apertura è strategia e quanto è, invece, semplice necessità? La Cina non è un mercato neutrale, ma un attore che usa il commercio come leva politica. Ogni accordo implica concessioni, ogni sorriso protocollare nasconde una gerarchia. E mentre Londra parla di pragmatismo, Pechino osserva, annota, capitalizza.

Il viaggio di Starmer non segna un nuovo equilibrio globale. È piuttosto il segnale di un’Europa – e di un Regno Unito in particolare – che cerca spazio in un mondo dove le vecchie certezze non valgono più. Tra la fedeltà a Washington e l’attrazione esercitata da Pechino, l’equilibrismo rischia di trasformarsi in subalternità mascherata. E la bombetta, questa volta, non è un simbolo di eleganza, ma di nostalgia geopolitica.

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