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A sei mesi dall’elezione di Rodrigo Paz, la Bolivia è attraversata da proteste di massa contro carovita, tagli ai sussidi e politiche neoliberali. Morti, arresti e crisi diplomatica con la Colombia mostrano un Paese già vicino a una grave frattura politica.
Bolivia, il neoliberismo dura sei mesi: il ritorno dell’austerità incendia le strade
A meno di sei mesi dall’insediamento del presidente Rodrigo Paz, la Bolivia si ritrova paralizzata da scioperi, blocchi stradali, cortei e scontri che hanno già provocato morti, centinaia di arresti e una crisi politica dalle dimensioni nazionali. Non si tratta di una protesta settoriale o di una semplice mobilitazione sindacale. Da El Alto a La Paz, passando per le regioni minerarie e agricole, si sta manifestando un rigetto sempre più ampio verso il nuovo corso politico ed economico inaugurato dal governo.
La cronaca delle ultime settimane racconta un Paese sotto pressione. I blocchi hanno interrotto le principali vie di comunicazione, compromesso i rifornimenti e costretto le autorità a organizzare perfino un ponte aereo con l’Argentina per garantire l’arrivo di beni essenziali nella capitale. La potente Central Obrera Boliviana (COB), principale organizzazione sindacale del Paese, ha convocato una grande mobilitazione nazionale chiedendo apertamente la fine del mandato di Paz. Nel frattempo, il governo ha reagito accusando i manifestanti di perseguire finalità destabilizzanti e ha intensificato la repressione. Il bilancio provvisorio parla di almeno quattro morti e numerosi feriti.
La situazione è diventata talmente delicata da produrre anche una crisi diplomatica. Il governo boliviano ha infatti espulso l’ambasciatrice colombiana Elizabeth Garcia dopo le dichiarazioni del presidente colombiano Gustavo Petro, che aveva definito le proteste una “insurrezione popolare” contro le politiche del nuovo esecutivo.
Il ritorno del vecchio manuale neoliberale
Per comprendere quanto sta accadendo bisogna guardare oltre la cronaca. La vittoria di Rodrigo Paz ha segnato la fine di un lungo ciclo politico aperto dal Movimento al Socialismo (MAS) di Evo Morales. Nonostante le divisioni interne che avevano progressivamente indebolito il blocco progressista boliviano, per quasi vent’anni il Paese aveva seguito una traiettoria fondata su nazionalizzazioni, forte intervento pubblico e redistribuzione delle risorse derivanti dalle materie prime.
Paz ha scelto una direzione opposta. Riduzione dei sussidi energetici, apertura agli investimenti stranieri, decentralizzazione economica, maggiore integrazione con il capitale internazionale. In altre parole, il classico pacchetto neoliberale che da quarant’anni viene riproposto in ogni continente con l’entusiasmo di chi presenta una novità rivoluzionaria e la puntualità di chi vende sempre lo stesso prodotto.
Il problema è che la Bolivia non è un laboratorio accademico. È un Paese dove milioni di persone dipendono ancora da meccanismi di sostegno pubblico per affrontare il costo della vita. Quando si toccano carburanti, salari e prezzi dei beni essenziali, la teoria economica smette rapidamente di essere una discussione universitaria e diventa una questione di sopravvivenza quotidiana.
Washington applaude, la piazza si ribella
Un elemento particolarmente significativo riguarda la reazione degli Stati Uniti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha espresso pieno sostegno al governo boliviano, denunciando le proteste come un tentativo di destabilizzazione e parlando apertamente di minacce provenienti da gruppi criminali e narcotrafficanti. Una dichiarazione che ha prodotto l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.
In America Latina, infatti, l’appoggio esplicito di Washington a un governo impegnato nella repressione di movimenti sociali non è necessariamente un certificato di legittimità. Spesso viene percepito come il contrario.
Del resto Paz non ha mai nascosto il proprio orientamento geopolitico. Fin dalla campagna elettorale ha manifestato l’intenzione di rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti e con gli investitori internazionali. La coincidenza temporale tra questa svolta politica e l’esplosione del malcontento sociale non sembra casuale.
La Bolivia sta sperimentando qualcosa che si è già visto molte volte in America Latina: governi che promettono stabilità ai mercati e finiscono per generare instabilità nelle strade. Il dato più interessante è che la protesta non coinvolge soltanto i sindacati tradizionali. Partecipano contadini, minatori, lavoratori pubblici, comunità indigene e settori popolari urbani. Una composizione sociale ampia che rende difficile liquidare tutto come una semplice manovra politica dell’opposizione.
Per ora Paz promette rimpasti e aggiustamenti ma il problema potrebbe essere più profondo. Perché la Bolivia non sta discutendo soltanto di carburante o salari. Sta discutendo del proprio modello di sviluppo, della distribuzione della ricchezza e del significato stesso della democrazia economica.

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