www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il ministro Valditara chiede alle scuole di segnalare gli studenti palestinesi senza spiegarne il fine. Sindacati e opposizioni parlano di schedatura etnica. Un atto grave che trasforma la scuola da luogo di inclusione a strumento di controllo.
Schedare per educare? Quando la scuola smette di essere un luogo neutrale
C’è un confine sottile, ma decisivo, tra amministrazione e sorveglianza. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito sembra averlo attraversato con una disinvoltura che inquieta. L’ultima circolare inviata alle scuole, firmata dal ministro Giuseppe Valditara, chiede ai dirigenti di comunicare entro una data precisa la “presenza di alunni/studenti palestinesi”. Nessuna spiegazione puntuale sugli obiettivi, nessuna cornice pedagogica, nessuna motivazione esplicita. Solo una richiesta secca, perentoria, che colpisce per la sua selettività.
La giustificazione successiva, affidata ai vertici amministrativi del ministero, parla di un semplice monitoraggio numerico, già sperimentato in passato per studenti ucraini, senza nomi né cognomi. Ma il paragone convince poco. Qui non si tratta di studenti in fuga da un conflitto con programmi di accoglienza formalizzati e condivisi, bensì di un gruppo definito su base nazionale ed etnica, isolato dal resto della popolazione scolastica senza che ne sia chiarito il perché. Quando la trasparenza manca, il sospetto non è paranoia: è una reazione razionale.
La scuola come luogo di censimento
Le reazioni non si sono fatte attendere. Sindacati della scuola e opposizioni parlamentari hanno parlato apertamente di un atto discriminatorio, denunciando il rischio di una schedatura mascherata da rilevazione statistica. Non è un’esagerazione lessicale. Chiedere alle scuole di individuare una specifica appartenenza nazionale, senza una finalità dichiarata, significa trasformare l’istituzione educativa in uno strumento di classificazione, se non di controllo.
La scuola pubblica, per dettato costituzionale e per funzione storica, dovrebbe operare in direzione opposta: ridurre le disuguaglianze, non fissarle; includere, non separare. Ogni azione selettiva basata sull’origine, soprattutto quando riguarda minori, entra in rotta di collisione con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. E non basta rifugiarsi nella formula burocratica del “solo numeri” per neutralizzare il problema politico e simbolico dell’atto.
Il punto dirimente resta inevasa: perché solo gli studenti palestinesi? Quale emergenza giustifica una rilevazione mirata? In assenza di risposte, la misura appare non solo superflua – visto che il ministero dispone già di dati anagrafici aggregati – ma anche pretestuosa. Ed è difficile non leggere questa iniziativa nel clima generale che attraversa il Paese, segnato da un crescente ricorso a dispositivi securitari e da una visibile insofferenza verso il dissenso.
Identità negate e identità controllate
Il paradosso è evidente. Sul piano diplomatico e politico, l’esistenza di uno Stato palestinese viene spesso relativizzata o rinviata a data da destinarsi. Sul piano amministrativo, però, l’identità palestinese diventa improvvisamente chiarissima, misurabile, censibile. Non per garantire diritti, ma per esercitare una forma di vigilanza. Un’identità che emerge solo quando è funzionale al controllo è il segnale di una deriva pericolosa.
Il contesto non aiuta a dissipare le ombre. Le scuole sono state, negli ultimi mesi, uno dei luoghi più vivi del dibattito critico sulla guerra a Gaza e sulle responsabilità internazionali. Docenti e studenti hanno partecipato a mobilitazioni e discussioni che evidentemente hanno dato fastidio. L’impressione è che, ancora una volta, si scelga la scorciatoia repressiva invece del confronto.
Non è allarmismo ricordare che in Italia esiste un precedente storico in cui pratiche di “identificazione” partirono proprio dalle scuole, con conseguenze che la memoria collettiva dovrebbe rendere non ripetibili. Per questo la richiesta di ritirare la circolare e di un chiarimento pubblico in Parlamento non è un gesto polemico, ma una necessità democratica. Prima che la normalizzazione dell’eccezione diventi regola.
La replica del ministro
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult














