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Scuola, Valditara chiede di ‘schedare’ gli studenti palestinesi

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Il ministro Valditara chiede alle scuole di segnalare gli studenti palestinesi senza spiegarne il fine. Sindacati e opposizioni parlano di schedatura etnica. Un atto grave che trasforma la scuola da luogo di inclusione a strumento di controllo.

Schedare per educare? Quando la scuola smette di essere un luogo neutrale

C’è un confine sottile, ma decisivo, tra amministrazione e sorveglianza. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito sembra averlo attraversato con una disinvoltura che inquieta. L’ultima circolare inviata alle scuole, firmata dal ministro Giuseppe Valditara, chiede ai dirigenti di comunicare entro una data precisa la “presenza di alunni/studenti palestinesi”. Nessuna spiegazione puntuale sugli obiettivi, nessuna cornice pedagogica, nessuna motivazione esplicita. Solo una richiesta secca, perentoria, che colpisce per la sua selettività.

La giustificazione successiva, affidata ai vertici amministrativi del ministero, parla di un semplice monitoraggio numerico, già sperimentato in passato per studenti ucraini, senza nomi né cognomi. Ma il paragone convince poco. Qui non si tratta di studenti in fuga da un conflitto con programmi di accoglienza formalizzati e condivisi, bensì di un gruppo definito su base nazionale ed etnica, isolato dal resto della popolazione scolastica senza che ne sia chiarito il perché. Quando la trasparenza manca, il sospetto non è paranoia: è una reazione razionale.

La scuola come luogo di censimento

Le reazioni non si sono fatte attendere. Sindacati della scuola e opposizioni parlamentari hanno parlato apertamente di un atto discriminatorio, denunciando il rischio di una schedatura mascherata da rilevazione statistica. Non è un’esagerazione lessicale. Chiedere alle scuole di individuare una specifica appartenenza nazionale, senza una finalità dichiarata, significa trasformare l’istituzione educativa in uno strumento di classificazione, se non di controllo.

La scuola pubblica, per dettato costituzionale e per funzione storica, dovrebbe operare in direzione opposta: ridurre le disuguaglianze, non fissarle; includere, non separare. Ogni azione selettiva basata sull’origine, soprattutto quando riguarda minori, entra in rotta di collisione con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. E non basta rifugiarsi nella formula burocratica del “solo numeri” per neutralizzare il problema politico e simbolico dell’atto.

Il punto dirimente resta inevasa: perché solo gli studenti palestinesi? Quale emergenza giustifica una rilevazione mirata? In assenza di risposte, la misura appare non solo superflua – visto che il ministero dispone già di dati anagrafici aggregati – ma anche pretestuosa. Ed è difficile non leggere questa iniziativa nel clima generale che attraversa il Paese, segnato da un crescente ricorso a dispositivi securitari e da una visibile insofferenza verso il dissenso.

Identità negate e identità controllate

Il paradosso è evidente. Sul piano diplomatico e politico, l’esistenza di uno Stato palestinese viene spesso relativizzata o rinviata a data da destinarsi. Sul piano amministrativo, però, l’identità palestinese diventa improvvisamente chiarissima, misurabile, censibile. Non per garantire diritti, ma per esercitare una forma di vigilanza. Un’identità che emerge solo quando è funzionale al controllo è il segnale di una deriva pericolosa.

Il contesto non aiuta a dissipare le ombre. Le scuole sono state, negli ultimi mesi, uno dei luoghi più vivi del dibattito critico sulla guerra a Gaza e sulle responsabilità internazionali. Docenti e studenti hanno partecipato a mobilitazioni e discussioni che evidentemente hanno dato fastidio. L’impressione è che, ancora una volta, si scelga la scorciatoia repressiva invece del confronto.

Non è allarmismo ricordare che in Italia esiste un precedente storico in cui pratiche di “identificazione” partirono proprio dalle scuole, con conseguenze che la memoria collettiva dovrebbe rendere non ripetibili. Per questo la richiesta di ritirare la circolare e di un chiarimento pubblico in Parlamento non è un gesto polemico, ma una necessità democratica. Prima che la normalizzazione dell’eccezione diventi regola.

La replica del ministro

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara respinge con decisione le accuse di “schedatura” degli studenti palestinesi, chiarendo che il monitoraggio richiesto alle scuole ha esclusivamente finalità amministrative e di sostegno all’integrazione. In un video diffuso sui social, il ministro definisce le polemiche “surreali” e nega qualsiasi intento discriminatorio, spiegando che la rilevazione serve ad attivare misure concrete di accoglienza e inclusione scolastica.

Valditara sottolinea che la procedura ricalca esattamente quella adottata nel 2022 per gli studenti ucraini in fuga dalla guerra, citando una nota ministeriale del governo Draghi che prevedeva una ricognizione numerica analoga. Anche in questo caso, precisa, non vengono raccolti nomi ma solo dati aggregati per programmare gli interventi.

Il monitoraggio è funzionale all’utilizzo di fondi già stanziati, pari a un milione e mezzo di euro, destinati a percorsi di integrazione, personalizzazione didattica e potenziamento linguistico. Senza dati certi, conclude il ministro, l’azione amministrativa non sarebbe possibile.

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