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La Germania perde la corsa al Consiglio di Sicurezza ONU: 104 voti contro i 127 necessari. Austria e Portogallo vincono facilmente. Una sconfitta che brucia, soprattutto per chi aspira al seggio permanente.
La Germania fuori dal Consiglio di Sicurezza: quando la diplomazia non basta
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha eletto i cinque nuovi membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza per il biennio 2027-2028: Austria, Portogallo, Zimbabwe, Trinidad e Tobago, Kirghizistan. Berlino non figura nell’elenco. La Germania, che aveva condotto una campagna elettorale intensa e costosa per conquistare uno dei due seggi riservati al gruppo WEOG (Europa occidentale e altri), si è fermata a 104 voti su 193, lontanissima dalla soglia dei 127 necessari. Austria e Portogallo hanno superato il quorum alla prima votazione, rispettivamente con 134 e 131 preferenze.
Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato di “grande delusione” e “amarezza”, aggiungendo con la compostezza di chi deve dire qualcosa che il paese “rimarrà impegnato per la pace e la sicurezza nel mondo anche senza un seggio”. Nobile proposito. Peccato che senza il seggio valga esattamente quanto un comunicato stampa.
Il G4 e il sogno del seggio permanente
Per capire la portata della débâcle, bisogna inquadrarla nel contesto delle ambizioni tedesche a lungo termine. La Germania fa parte del cosiddetto G4, insieme a Giappone, India e Brasile: quattro paesi che aspirano da decenni a un seggio permanente in un Consiglio di Sicurezza riformato e allargato. È una prospettiva che ciclicamente riemerge nei dibattiti sulla governance globale e altrettanto ciclicamente si arena di fronte agli interessi dei cinque membri permanenti attuali, nessuno dei quali ha particolare fretta di spartire il proprio potere di veto con nuovi arrivati.
Un seggio non permanente biennale aveva per Berlino un valore che andava oltre la semplice partecipazione: era un modo per mantenersi visibile, per costruire credenziali multilaterali, per dimostrare che la Germania sa fare diplomazia anche quando non ha le armi degli Stati Uniti o il peso demografico della Cina. Perdere anche quello, e perdere male — con uno scarto di ventitre voti rispetto alla soglia minima — trasforma la sconfitta da incidente in segnale. Die Zeit non ha usato mezzi termini: “una catastrofe diplomatica”.
Cosa dicono 104 voti
Il risultato numerico merita una riflessione. Non si tratta di una sconfitta per pochi voti, del tipo che si spiega con qualche errore tattico dell’ultimo momento o con la fortuna avversa. Centoquattro voti su centonovantatré stati membri significa che quasi la metà dell’Assemblea Generale ha preferito attivamente non sostenere Berlino, in favore di Lisbona e Vienna. Il Portogallo è un paese di dieci milioni di abitanti con un PIL che rappresenta una frazione di quello tedesco. L’Austria è geograficamente e demograficamente irrilevante su scala globale. Entrambi hanno ottenuto più voti della quarta economia mondiale.
Le ragioni della disfatta sono molteplici e in parte ancora da decifrare, ma alcune ipotesi circolano già con insistenza: il posizionamento tedesco sulla crisi di Gaza, percepito da molti paesi del Sud globale come troppo allineato con Israele; la scarsa capacità di Berlino di costruire coalizioni al di fuori dell’orbita occidentale; e forse, più semplicemente, una campagna condotta con la sicurezza di chi dava per scontato un consenso che non esisteva.
La Germania esce dall’Assemblea Generale con le mani vuote e una lezione da digerire: nel multilateralismo contemporaneo, le credenziali economiche e militari non si convertono automaticamente in consenso diplomatico. I voti si conquistano uno per uno, con una pazienza e una flessibilità che Berlino, almeno stavolta, non ha dimostrato di possedere.

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