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La “Nuestra América Flotilla” salperà verso Cuba per rompere l’embargo USA e portare aiuti umanitari. Mentre gli Stati esitano per timore di sanzioni, la società civile sfida Washington. L’ONU chiede da anni la fine del blocco, ma resta inascoltata.
Nuestra América contro l’embargo: la sfida dal mare a Washington
Tra un mese una coalizione di imbarcazioni salperà verso Cuba con un obiettivo dichiarato e tutt’altro che simbolico: forzare l’embargo statunitense. Si chiama “Nuestra América Flotilla” e nasce sull’onda delle iniziative civili che negli ultimi anni hanno tentato di rompere l’assedio su Gaza. L’idea è semplice e politicamente esplosiva: se i governi esitano, sarà la società civile a muoversi.
Il comunicato inaugurale non usa mezzi termini. L’amministrazione Trump — sostengono i promotori — sta strangolando l’isola, interrompendo carburante, voli e forniture essenziali. Le nuove strette economiche, aggravate dal blocco delle importazioni energetiche, avrebbero portato Cuba a una condizione di emergenza strutturale. Non è propaganda: oltre metà dell’approvvigionamento energetico dell’isola dipende dall’estero e le riserve di combustibile sono quasi esaurite.
L’iniziativa arriva mentre Washington rafforza la pressione economica su L’Avana. L’obiettivo, secondo analisti vicini all’amministrazione, sarebbe provocare un collasso interno senza ricorrere a un intervento militare diretto. Strategia nota: sanzioni come leva di destabilizzazione. Una politica che le Nazioni Unite, peraltro, contestano da anni.
Nell’ottobre 2025 l’Assemblea Generale ha chiesto ancora una volta la revoca dell’embargo, con una maggioranza schiacciante di voti favorevoli. Ma le risoluzioni ONU, si sa, non hanno potere coercitivo su Washington.
Stati prudenti, società civile in rotta
Il governo cubano ha reagito con un piano d’emergenza: razionamento energetico, investimenti sulle rinnovabili, decentralizzazione dei consumi. E un appello alla solidarietà internazionale. La risposta degli Stati, tuttavia, è stata cauta. Il Messico ha inviato aiuti umanitari e offerto mediazione diplomatica, ma ha sospeso le spedizioni di carburante. Russia e Cina condannano le sanzioni e assicurano sostegno, ma senza mosse plateali che possano scatenare ritorsioni secondarie statunitensi.
È qui che entra in scena la Nuestra América Flotilla. Associazioni, sindacati, Ong e movimenti sociali da più Paesi stanno coordinando una partenza multipla dai Caraibi per portare medicine, cibo e beni di prima necessità. Il riferimento è esplicito: rompere l’assedio come atto politico oltre che umanitario. «La solidarietà può attraversare qualsiasi mare», ha dichiarato David Adler dell’Internazionale Progressista, tra i promotori dell’iniziativa.
L’operazione, però, non è solo simbolica. Gli Stati Uniti hanno minacciato sanzioni contro governi e soggetti che violino l’embargo. Il rischio è concreto: multe, blocchi finanziari, restrizioni commerciali. La flottiglia, insomma, navigherà in acque giuridiche e geopolitiche turbolente.
Embargo e diritto internazionale
Diversi esperti delle Nazioni Unite hanno definito le nuove misure statunitensi una violazione del diritto internazionale e una minaccia per un ordine basato sull’uguaglianza tra Stati. Non è la prima volta che il sistema multilaterale esprime critiche severe contro il blocco economico imposto a Cuba dal 1962. Ma la distanza tra dichiarazioni e conseguenze resta abissale.
L’aspetto più significativo, forse, è politico: la crescente sfiducia verso la capacità degli Stati di opporsi all’unilateralismo americano. Se le cancellerie temono ritorsioni, la società civile tenta l’azzardo. Una sfida asimmetrica, certo. Ma anche un segnale: quando l’ordine internazionale si inceppa, qualcuno prova a rimettere in moto la solidarietà con mezzi propri.
La situazione cubana è drammatica ma non nuova. Nuova è la scelta di affrontarla con una flotta civile che sfida apertamente Washington. Resta da vedere se il mare dei Caraibi diventerà teatro di un braccio di ferro simbolico o di un incidente diplomatico. In ogni caso, la rotta è tracciata. E non passa per i corridoi ovattati delle ambasciate.

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