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Gli Stati del Golfo hanno scoperto la loro fragilità: gli attacchi iraniani a basi e impianti energetici hanno messo in crisi sicurezza e sviluppo. La dipendenza da Hormuz e dagli USA pesa. L’Iran non ha conquistato territori, ma ha destabilizzato, sgretolando il mito dell’invulnerabilità.
Il Golfo scopre la propria vulnerabilità
Per anni si sono raccontati come fortezze energetiche, hub finanziari, vetrine del futuro post-petrolio.
Poi è bastata una guerra — nemmeno totale — per incrinare la narrazione. I Paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita agli Emirati fino al Kuwait, escono da queste settimane con una consapevolezza difficile da metabolizzare: la loro sicurezza è meno solida di quanto abbiano voluto credere. E soprattutto, è profondamente dipendente da fattori esterni che non controllano.
Gli attacchi — diretti o indiretti — alle infrastrutture energetiche e alle basi militari hanno mostrato un dato elementare: la profondità strategica di questi Stati è limitata. Raffinerie, terminali, impianti di desalinizzazione, porti: tutto concentrato, tutto esposto.
Non è una novità assoluta. Già nel 2019, con l’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita, si era visto quanto bastasse per paralizzare temporaneamente una quota significativa della produzione mondiale. Oggi, con un conflitto più ampio e prolungato, il quadro si è aggravato. Nel Golfo Persico, la vulnerabilità non è un incidente ma una condizione strutturale.
Basi, petrolio e illusioni di sicurezza
Le basi statunitensi disseminate nella regione — dal Bahrain al Kuwait, fino a Camp Arifjan e Camp Buehring — rappresentavano, nella narrazione ufficiale, il pilastro della deterrenza. Oggi appaiono sempre più come bersagli fissi. Evacuazioni parziali, ridislocazioni, danni logistici: segnali che raccontano una difficoltà operativa crescente. Anche senza distruzioni spettacolari, è la continuità operativa a essere stata compromessa. E in guerra, la continuità vale quanto la forza.
Sul fronte energetico, il problema è ancora più evidente. Attacchi a impianti petroliferi, sabotaggi, interruzioni nelle rotte marittime: tutto concorre a rendere instabile un sistema che vive di flussi costanti. Basta una perturbazione prolungata nello Stretto di Hormuz per mettere in crisi non solo i Paesi produttori, ma l’intera economia globale.
E qui emerge il paradosso: Stati che hanno costruito la loro ricchezza sulla centralità energetica scoprono di essere ostaggi della stessa centralità.
Nel frattempo, i costi aumentano. Non solo quelli immediati — riparazioni, sicurezza, assicurazioni — ma anche quelli sistemici: rallentamento degli investimenti, fuga di capitali più prudenti, revisione dei progetti di diversificazione economica.
Le città futuristiche, i piani di sviluppo extra-fossile, le ambizioni di trasformazione — tutto resta, ma sotto una nuova luce. Più fragile, più incerta.
Il dopo: logistica, alleanze e nuove dipendenze
È qui che riemerge il progetto IMEC (India-Middle East-Europe Corridor), rilanciato proprio mentre il Golfo brucia. Non più solo un’iniziativa economica, ma una necessità strategica: diversificare le rotte, ridurre la dipendenza da choke points come Hormuz.
Parallelamente, si ridefiniscono anche gli equilibri politici. Il rapporto con gli Stati Uniti, tradizionale garante della sicurezza regionale, entra in una fase di revisione. Non perché venga meno, ma perché appare meno sufficiente.
E poi c’è il fattore regionale: il cosiddetto asse sunnita allargato — Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Pakistan — che potrebbe assumere un ruolo più autonomo. Non necessariamente alternativo, ma certamente meno subordinato.
In tutto questo, l’Iran emerge come attore capace di proiettare instabilità a basso costo e alta efficacia. Non serve conquistare territori quando si può rendere vulnerabili quelli altrui. E così, mentre le capitali del Golfo fanno i conti con i danni materiali e le perdite economiche, il dato politico è già evidente: la percezione di invulnerabilità è finita.

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