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Marocco, il silenzio che fa rumore

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Rabat restringe l’accesso ai giornalisti stranieri per evitare critiche, ma ottiene l’effetto opposto: più silenzio interno, più narrazioni ostili dall’esterno. Con i Mondiali in arrivo, il Marocco rischia di sprecare la sua più grande occasione di immagine.

Marocco, il silenzio che si ritorce contro

C’è un paradosso che attraversa il rapporto tra il Marocco e la stampa internazionale: più Rabat tenta di controllare la narrazione, più si condanna a esserne travolta. In un’epoca in cui la comunicazione è dialogo, interazione e gestione della complessità, il regno continua a muoversi con una logica lineare e difensiva, come se le notizie fossero proiettili da intercettare invece che flussi da governare. Il risultato è una reputazione costruita più sulle assenze che sulle presenze, più sulle voci esterne che sulle spiegazioni ufficiali.

Il governo marocchino sembra aver adottato una strategia che confonde il silenzio con la sicurezza. Dal 2010 in poi, ottenere un accredito per i corrispondenti stranieri è diventato un percorso a ostacoli. Meno giornalisti, meno domande, meno problemi: questo è il calcolo implicito. Peccato che funzioni solo sulla carta. Perché le storie, se non vengono raccontate da chi vive sul posto, arrivano comunque da lontano, filtrate da redazioni europee che conoscono il paese solo per sentito dire.

La fuga dei corrispondenti e l’eco delle critiche

Nel 2007, Rabat ospitava oltre 150 giornalisti stranieri accreditati. Oggi sono circa la metà, e per lo più giovani e precari, con meno risorse e meno peso editoriale. I grandi quotidiani anglosassoni non hanno più una presenza stabile nel paese. Non è una tendenza globale inevitabile, come sostengono i decisori marocchini, ma l’effetto diretto di una politica restrittiva che ha scoraggiato le redazioni dall’investire sul campo.

Il vuoto informativo non ha ridotto le critiche, le ha solo rese più grossolane. Ogni settimana emergono articoli negativi, soprattutto in Francia e nel mondo anglofono, su temi che vanno dalla vita privata del sovrano alle violazioni dei diritti umani. Senza corrispondenti in loco, manca lo spazio per il contesto, per le sfumature, per quelle storie intermedie che potrebbero restituire un’immagine meno caricaturale del paese.

Il caso del Sahara occidentale è emblematico. Le autorità lamentano l’assenza di copertura favorevole, ma hanno allontanato proprio coloro che avrebbero potuto raccontare la complessità della regione. È l’ironia di una strategia che si ritorce contro chi l’ha concepita: si teme lo sguardo esterno e poi ci si stupisce se lo sguardo, quando arriva, è ostile.

Mondiali e occasione mancata

Con i Mondiali alle porte, il Marocco si trova davanti a un bivio. Da un lato, un evento planetario che potrebbe ridefinire la sua immagine. Dall’altro, una macchina comunicativa bloccata in una logica da stato assediato, dove il giornalista straniero è visto come un potenziale nemico. Eppure, esperienze come Dubai o Beirut dimostrano che trasformarsi in hub mediatico può portare ritorni economici e reputazionali.

Continuare a chiudere le porte significa restare prigionieri di una narrazione costruita altrove. Aprirle, invece, vuol dire accettare il rischio del confronto. Ma è proprio questo rischio a fare la differenza tra un paese che teme la realtà e uno che sa governarla.

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