Mali, il Sahel brucia ancora: jihadisti e milizie in una spirale senza uscita

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Almeno 50 civili uccisi in Mali nella regione di Mopti in un raid del gruppo jihadista JNIM legato ad Al-Qaeda. L’attacco, rappresaglia contro una milizia locale, arriva dopo un’offensiva nazionale in cui era stato ucciso il ministro della Difesa.

Mali, lo Stato che non c’è: jihadisti, milizie e una giunta militare che ha perso anche il ministro della Difesa

Nella notte tra mercoledì e giovedì, i villaggi di Korikori e Gomossogou, nella regione di Mopti nel cuore del Mali centrale, sono stati teatro di uno dei massacri più gravi degli ultimi mesi nel Sahel: almeno cinquanta civili uccisi secondo fonti diplomatiche e umanitarie citate da Reuters, trenta secondo le stime più conservative di AFP, in un raid attribuito al Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani — JNIM, acronimo francese — organizzazione armata affiliata ad Al-Qaeda che da anni controlla porzioni crescenti del territorio maliano, operando in un vuoto di sicurezza che né l’esercito nazionale né i contractor russi del gruppo Wagner — oggi operanti sotto il marchio Africa Corps — sono riusciti a colmare.

L’esercito maliano ha comunicato di aver condotto un’operazione nella zona, neutralizzando una decina di combattenti e distruggendo una base logistica. Numeri che, misurati contro cinquanta morti civili e un intero villaggio saccheggiato e incendiato secondo il network giornalistico WAMAPS, suonano come un bilancio amaro piuttosto che come una vittoria.

La dinamica dell’attacco non è casuale. Secondo fonti di sicurezza citate da AFP, il raid sarebbe una rappresaglia contro azioni attribuite alla milizia di autodifesa Dan Na Ambassagou, gruppo di cacciatori dogon storicamente in conflitto con le comunità Fulani — dalle quali il JNIM recluta in misura significativa — in una sovrapposizione letale tra guerra jihadista, conflitti etnici preesistenti e competizione per le risorse agricole e pastorali che il collasso dello Stato centrale ha lasciato senza arbitro.

È il meccanismo classico del Sahel contemporaneo: una violenza che si autoalimenta, in cui ogni attacco genera la rappresaglia che giustifica il successivo, mentre la popolazione civile paga il costo intero di una spirale che nessuno dei soggetti armati in campo ha interesse strategico a interrompere.

Un paese in caduta libera, con un ministro della difesa già sepolto

L’attacco di Mopti arriva in un contesto di deterioramento accelerato. Il mese scorso il JNIM, in coordinamento con il Fronte di Liberazione dell’Azawad — componente separatista tuareg — aveva lanciato un’offensiva coordinata su scala nazionale di portata inedita, nel corso della quale il ministro della Difesa maliano Sadio Camara era rimasto ucciso in quello che appare come un attentato suicida con autobomba nei pressi di Bamako. Il comandante dell’esercito Djibrilla Maiga ha dichiarato mercoledì che i combattenti starebbero tentando di riorganizzarsi dopo i colpi subiti in aprile — una lettura ottimistica che il massacro di Korikori e Gomossogou smentisce con brutale tempismo.

Il Mali della giunta militare guidata dal generale Assimi Goïta, che nel 2021 ha espulso le forze francesi di Barkhane e stretto un’alleanza con Mosca presentandola come svolta sovranista, si trova oggi con un ministro della difesa assassinato, due villaggi bruciati e un gruppo jihadista che dimostra capacità operative intatte. La narrativa della riconquista della sovranità nazionale si scontra con una realtà in cui lo Stato controlla le città — e neanche sempre — mentre il resto del paese resta terreno di caccia aperto.

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