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Libano, la tregua che Israele non riconosce: il cessate il fuoco come atto narrativo

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Oltre 30 raid israeliani in un solo giorno sul Libano, civili colpiti, tregua violata. UNIFIL conta più di 10.000 infrazioni dal cessate il fuoco. Il diritto internazionale esiste, ma solo quando conviene.

Libano, la tregua che Israele non riconosce

C’è un modo elegante di violare il diritto internazionale: basta chiamarlo “operazione di sicurezza” e accompagnarlo con una nota stampa ben confezionata. È quanto accade nel Libano meridionale, dove Israele continua a colpire obiettivi civili con la regolarità di un metronomo, mentre la comunità internazionale finge di non sentire il rumore delle esplosioni.

Nella sola giornata di domenica 11 gennaio, oltre trenta raid aerei israeliani hanno interessato villaggi, aree rurali e abitazioni. Non basi segrete scavate nella roccia, non depositi militari confermati, ma territori abitati. Mahmoudiyeh, Damshqiyah, Iqlim al-Tuffah, Jezzine, Kfar Hatta: nomi che raramente entrano nei titoli dei grandi media occidentali, ma che per chi ci vive rappresentano la normalità della guerra a bassa intensità.

Il cessate il fuoco come atto narrativo

A Kfar Hatta l’esercito israeliano aveva persino diramato un avviso di evacuazione, per poi rivendicare il bombardamento di un presunto sito sotterraneo di Hezbollah. Peccato che precedenti ispezioni delle Forze armate libanesi avessero escluso la presenza di infrastrutture militari. Ma il punto, ormai, non è stabilire cosa ci fosse davvero sotto terra. Il punto è che l’atto di parola – “era un obiettivo militare” – sembra valere più dei fatti.

Il Ministero della Salute libanese ha confermato la morte di un civile in seguito a un attacco contro un’automobile a Bint Jbeil. Un dettaglio, nella contabilità bellica. Un numero che si aggiunge a una lista già lunga, ma che raramente produce indignazione proporzionata.

Tutto questo avviene in palese violazione del cessate il fuoco firmato nel novembre 2024 tra Israele e Hezbollah, dopo mesi di escalation che avevano causato oltre 4.000 morti e 17.000 feriti. Una tregua che, sulla carta, avrebbe dovuto riportare stabilità lungo il confine. Nella realtà, si è trasformata in una formula retorica buona per i comunicati ONU.

La legalità selettiva

Secondo i dati UNIFIL, dalla tregua a oggi Israele ha commesso oltre 10.000 violazioni del cessate il fuoco: 7.500 nello spazio aereo libanese e 2.500 sul terreno. Numeri impressionanti, che in qualunque altro contesto avrebbero già prodotto sanzioni, risoluzioni urgenti, vertici straordinari. Qui, invece, producono silenzio.

L’accordo prevedeva anche il completo ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale. Ritiro mai avvenuto del tutto. Cinque avamposti militari restano occupati, come se il diritto internazionale fosse un suggerimento opzionale, non una norma vincolante.

La questione non è difendere Hezbollah né negare la complessità della regione. La questione è un’altra: la normalizzazione dell’eccezione. Israele agisce come se la violazione sistematica delle risoluzioni ONU fosse un fatto amministrativo, non politico. E l’Occidente, che di quelle risoluzioni è formalmente garante, accetta il copione.

Il risultato è una guerra che non viene più chiamata guerra, ma “contenimento”; vittime civili che diventano “effetti collaterali”; tregue che funzionano solo in una direzione. Nel frattempo, il Libano meridionale continua a essere un laboratorio di impunità, dove il diritto internazionale viene evocato a giorni alterni, purché non intralci l’alleato sbagliato.

 

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