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Manuel Adorni si dimette da capo di gabinetto di Milei dopo l’inchiesta su spese da 700mila euro a fronte di uno stipendio di 2.200. Pagamenti in contanti, criptovalute non dichiarate. Milei lo sostituisce con Diego Santilli, ex peronista riciclato libertario.
Argentina, Adorni si dimette
C’è una particolare comicità involontaria nel vedere un governo che ha fatto della trasparenza di mercato e dell’austerità predicata ai cittadini il proprio mantra ideologico, ritrovarsi con il proprio capo di gabinetto sotto inchiesta per spese pari a circa settecentomila euro a fronte di uno stipendio mensile di duemiladuecento. Manuel Adorni — portavoce storico di Javier Milei, promosso a capo di gabinetto nel novembre 2025 — si è dimesso dopo settimane di inchieste giornalistiche e indagini giudiziarie che hanno scoperchiato un divario tra reddito dichiarato e tenore di vita reale difficile da spiegare con la semplice fortuna negli investimenti.
Il quadro che emerge dalle inchieste è di quelli che si commentano da soli. Due immobili acquistati, ristrutturazioni avviate, viaggi di lusso in Argentina e all’estero — inclusa una vacanza in prima classe ad Aruba durante le festività natalizie e un volo in jet privato verso l’Uruguay durante il Carnevale. Adorni ha sostenuto di aver accumulato il proprio patrimonio prima di entrare in governo, e che tutti i viaggi con la famiglia sono stati pagati con fondi privati.
Versione che si è fatta più difficile da sostenere quando l’imprenditore edile Matías Tabar ha dichiarato pubblicamente di aver ricevuto da Adorni duecentoquarantacinquemila dollari in contanti, senza fattura, come pagamento per la ristrutturazione di una villa in provincia di Buenos Aires. Soldi che, per definizione, non lasciano tracce bancarie — il genere di dettaglio che in qualsiasi sistema giudiziario funzionante meriterebbe più di una semplice nota a margine.
Le criptovalute, il mea culpa e la difesa a oltranza di Milei
A inizio giugno Adorni aveva tentato la strada della parziale ammissione, rivelando di non aver dichiarato circa quarantaquattromila euro di patrimonio derivanti da investimenti in criptovalute — settore che, come ironia vuole, è notoriamente il preferito di chi cerca di tenere fondi al riparo dai radar fiscali tradizionali. «Il mea culpa che faccio è per aver commesso un errore involontario e pagherò tutto ciò che ne consegue», ha dichiarato, in un esercizio di linguaggio tecnico-amministrativo che difficilmente avrebbe convinto chiunque altro non fosse già intenzionato a credergli.
Milei, dal canto suo, aveva blindato pubblicamente il proprio capo di gabinetto fino a poche settimane prima della resa dei conti: a maggio aveva dichiarato a La Nación che «Adorni non se ne andrà in nessun caso» e che non aveva «intenzione di giustiziare una persona innocente». La difesa a oltranza si è sciolta sotto la pressione di un’opinione pubblica sempre più ostile e, significativamente, sotto le critiche provenienti dagli stessi sostenitori del presidente — segnale che il caso aveva ormai superato la soglia di tolleranza anche dentro la base elettorale libertaria.
Le dimissioni sono arrivate sabato, con una lettera pubblicata su X in cui Adorni ha scritto: «Per la prima volta dal 10 dicembre 2023, vado contro i tuoi desideri. Chiudo questo capitolo. Me ne vado in pace e serenità, ma soprattutto con la coscienza pulita». Coscienza pulita, va detto, è un’espressione che suona meglio in una lettera di addio che in un’aula di tribunale, dove Adorni ha promesso di dimostrare la propria innocenza. Milei ha già scelto il sostituto: Diego Santilli, attuale ministro dell’Interno, con un percorso politico che ha attraversato il peronismo bonaerense, il partito conservatore di Macri e infine il progetto libertario di Milei — una traiettoria che la dice lunga su quanto in Argentina la coerenza ideologica sia un optional negoziabile per chi sa posizionarsi al momento giusto.
Il caso Adorni arriva in un momento delicato per Milei, già alle prese con un potere d’acquisto che non tiene il passo dell’inflazione e con un consenso in calo: secondo un sondaggio di Opina Argentina di maggio, il gradimento del presidente si attesta al trentanove per cento, in flessione rispetto al cinquantatré per cento di un anno prima. Lo scandalo del suo collaboratore più fidato non aiuta certo a invertire la tendenza. E ricorda, con la consueta puntualità della storia argentina, che predicare il rigore di mercato ai cittadini è molto più facile che praticarlo in prima persona quando si ha accesso diretto alle leve del potere.

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