Il Venezuela seppellisce i suoi morti, Washington pianta la bandiera

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Oltre 1.400 morti nel sisma venezuelano. Gli USA arrivano con 150 milioni in aiuti dopo aver sequestrato il presidente e il petrolio del paese. Un generale americano coordina i soccorsi. La solidarietà reale viene dal basso, non da Washington.

Chi salva davvero il Venezuela?

Il doppio sisma del 24 giugno ha ucciso oltre millequattrocento persone in Venezuela, ferendone più di tremiladuecento, con cinquantamila dispersi e sei milioni di persone coinvolte a vario titolo secondo le stime delle Nazioni Unite. Ed ecco che, puntuale arriva l’assistenza degli Stati Uniti — quegli stessi USA che hanno aggredito militarmente il paese, sequestrato il suo presidente e messo le mani sul suo petrolio nei mesi precedenti. Centocinquanta milioni di dollari, una squadra di risposta rapida, due brigate specializzate, navi, aerei, elicotteri. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth parla di missione chiara: «Salvare vite e distribuire aiuti rapidamente ovunque sia necessario». Trump definisce il Venezuela un «nuovo e grande amico». La gratitudine di Delcy Rodríguez per questo gesto di amicizia e cooperazione è stata, secondo le cronache, profonda.

Vale la pena fermarsi su questa sequenza temporale, perché dice più di qualsiasi editoriale: prima si invade, si sequestra il capo di stato, si confiscano le risorse energetiche; poi, quando un terremoto devasta il paese, si arriva con gli aiuti umanitari, si stringono accordi di coordinamento militare e si viene ringraziati con calore. È un format collaudato, non un’improvvisazione dell’emergenza.

Generali al comando, comunità al lavoro

Sul terreno, gli stati di La Guaira e Vargas — i più colpiti dal sisma — sono passati sotto il controllo totale delle Forze armate bolivariane. Ma la militarizzazione dell’assistenza, come ormai quasi tutto in Venezuela, avviene in stretto coordinamento con gli Stati Uniti: il generale Kevin J. Jarrard, ufficiale di grado più alto del Comando Sud schierato sul campo, ha incontrato il capo della Difesa venezuelano Gustavo González López per «coordinare le operazioni di soccorso». Tradotto fuori dal linguaggio diplomatico: chi comanda la macchina dei soccorsi non è soltanto il governo di Caracas. È un generale americano con un grado superiore, fisicamente presente, che dialoga da pari a pari — se non da superiore — con i vertici militari venezuelani.

Mentre questo accade ai piani alti del comando, sul terreno reale è la base popolare a sostenere il paese. Le squadre di soccorso venezuelane lavorano, secondo le parole del presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, «instancabilmente e senza sosta, senza dormire un minuto, quasi senza mangiare e quasi senza idratarsi». In assenza di uno stato capace di rispondere alla crisi con mezzi propri, l’eroismo individuale e comunitario diventa l’unica narrazione di cui il paese può davvero essere orgoglioso.

L’aiuto americano, peraltro, ha una scadenza precisa: 23 ottobre, e solo per agevolare gli aiuti, non oltre. Una generosità a tempo determinato che lascia intatto il problema strutturale denunciato dall’economista venezuelano Francisco Rodríguez: molte delle attrezzature che lo Stato avrebbe potuto acquistare per prepararsi a una catastrofe di questa portata — ruspe, gru, mezzi di scavo — non sono state acquistabili a causa delle sanzioni internazionali imposte proprio dagli Stati Uniti. Il Venezuela arriva impreparato al sisma anche perché chi oggi distribuisce centocinquanta milioni in soccorsi ha contribuito per anni a impedirgli di prepararsi.

Non è la prima volta che la storia si ripete con questa simmetria. Nel 1999, durante le devastanti frane dello stato di Vargas, Hugo Chávez rifiutò parte degli aiuti offerti da Washington, temendo esattamente ciò che oggi molti osservatori tornano a denunciare: che l’assistenza umanitaria si trasformi in strumento di controllo politico e legittimazione della tutela imperiale. Ventisei anni dopo, quella diffidenza appare meno paranoica e più lucida che mai, soprattutto considerando che il paese dovrà affrontare, secondo le rivelazioni del Financial Times, un debito pubblico di 240 miliardi di dollari: la più grande ristrutturazione finanziaria della storia, superiore persino a quella greca. Il Venezuela seppellisce i propri morti. Washington, nel frattempo, consolida la propria presenza sul terreno, sui conti e sulle decisioni che contano.

 

 

 

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