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La deriva autoritaria italiana di oggi non viene dal fascismo ma dall’esecutivizzazione dello Stato, funzionale alla crisi del capitale finanziario. Meloni ne è un passaggio, non l’origine. Il modello è trumpiano, la logica è sistemica, la guerra è l’uscita.
La deriva autoritaria non viene dal fascismo: viene dal capitale finanziario
Chiamarlo fascismo è comodo e sbagliato. Comodo perché evoca un nemico riconoscibile, con una storia, un’iconografia, una sconfitta già avvenuta. Sbagliato perché distoglie l’attenzione dal processo reale in corso, che ha radici più recenti, meccanismi più sofisticati e una base sociale completamente diversa da quella del Ventennio. Il rischio autoritario che attraversa l’Italia — e non solo l’Italia — non nasce dalla comparsa di Vannacci o dalle nostalgie di Alemanno: nasce da un processo di concentrazione del potere esecutivo che dura da decenni, trasversale ai governi, funzionale a un sistema economico che ha bisogno di stabilità politica garantita per gestire la propria crisi strutturale.
Il punto di partenza è la distruzione progressiva della centralità parlamentare. Non è avvenuta con un colpo di stato: è avvenuta attraverso riforme elettorali maggioritarie che hanno svuotato il Parlamento della propria capacità rappresentativa reale, trasformandolo da luogo di mediazione degli interessi sociali a camera di ratifica delle decisioni dell’esecutivo. Il risultato è un sistema in cui il potere legislativo esiste formalmente ma non funziona sostanzialmente, e in cui la stabilità del governo è diventata il valore supremo attorno a cui tutto il resto si organizza. Non è una novità italiana: è il modello che si sta affermando in tutto l’Occidente NATO, con varianti locali ma logica comune.
Il decreto sicurezza, la magistratura e il trasferimento del potere
Il governo Meloni ha rappresentato su questo percorso un salto di qualità, non una discontinuità. Il passaggio specifico riguarda il trasferimento del controllo sui corpi separati dello Stato — forze dell’ordine, apparati di sicurezza, gestione dell’ordine pubblico — in modo incondizionato verso l’esecutivo, sottraendolo a qualsiasi contropotere giudiziario o parlamentare effettivo. L’articolo 31 del decreto sicurezza e il tentativo di riforma della magistratura — fermato dalla vittoria del No al referendum — vanno letti dentro questa logica, non come episodi isolati di una maggioranza particolarmente zelante. Sono passaggi di un disegno che ha un nome preciso: esecutivizzazione dello Stato, ovvero la costruzione di un potere centrale tendenzialmente slegato dai vincoli di legittimità che la Costituzione repubblicana aveva pensato come contrappesi necessari.
Il modello di riferimento è quello trumpiano, che ha il merito della chiarezza: la teoria del potere esecutivo unitario e pressoché illimitato, la logica schmittiana della contrapposizione ontologica con il nemico come principio organizzatore della politica, la convergenza con visioni suprematiste e tradizionaliste che forniscono la base ideologica a quello che altrimenti sarebbe solo tecnocrazia autoritaria. I neocon americani degli anni Duemila ne avevano posto le basi nella logica emergenziale post-11 settembre. Trump ne ha fatto dottrina di governo dichiarata. La destra europea — inclusa quella italiana — ne applica le varianti locali con la stessa direzione di marcia.
La crisi del capitale finanziario e la necessità del controllo sociale
Dietro questo processo c’è però una spinta strutturale che va oltre le scelte politiche dei singoli governi, e che riguarda la crisi del modello di accumulazione capitalistica a trazione finanziaria esplosa tra il 2007 e il 2009 e mai realmente risolta. Il sistema ha bisogno di immettere liquidità in quantità senza precedenti per sostenere i consumi e il profitto in mercati saturi e demograficamente stagnanti, e ha bisogno contemporaneamente di garantire che le contraddizioni sociali prodotte da questa operazione non sfocino in instabilità politica. La blindatura dei confini verso i flussi migratori, la compressione del dissenso, il controllo capillare dell’ordine pubblico non sono politiche autonome: sono funzioni necessarie alla tenuta di un sistema che ha esaurito le proprie riserve di legittimità democratica e le sostituisce con sicurezza, sorveglianza e retorica identitaria.
Lo scontro con i paesi BRICS — che quella parte delle élite occidentali considera soluzione praticabile alla propria crisi di sistema — non è un’avventura ideologica: è la traduzione geopolitica di una competizione economica tra modelli di accumulazione che non riescono a coesistere. La guerra, in questa lettura, non è un’anomalia del sistema: è una delle sue opzioni di uscita dalla stagnazione. Il che spiega perché i governi che si occupano con maggiore intensità di sicurezza interna, di controllo dei corpi separati dello Stato e di compressione del potere giudiziario siano gli stessi che spingono con più determinazione verso il riarmo e verso lo scontro con la Russia. Non è una coincidenza. È una coerenza di sistema.

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