www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
La gestione disastrosa di Gaza, Libano e Iran da parte di Israele e USA ha prodotto un nuovo asse sunnita: Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, Egitto. 500 milioni di persone, controllo degli stretti strategici, alternativa diplomatica al caos occidentale.
Sauditi, turchi, pakistani ed egiziani insieme: l’errore di Israele che ha unito i nemici
La cattiva gestione israelo-americana di Gaza, Libano e della guerra contro l’Iran ha prodotto, come effetto collaterale non previsto, un riavvicinamento tra quattro potenze sunnite che per decenni si sono guardate con sospetto reciproco quando non con aperta ostilità. Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto stanno costruendo, sotto la pressione degli eventi più che per disegno deliberato, un asse che nessuno strategist di Washington aveva messo in conto. È il classico caso in cui l’errore strategico di un attore produce esattamente l’esito che quell’attore voleva evitare.
Il meccanismo è meno misterioso di quanto sembri. Finché il conflitto tra mondo arabo-islamico e Israele restava una questione di equilibri interni all’islam — sunniti contro sciiti, monarchie contro repubbliche, tradizionalisti contro nazionalisti — Riyad poteva permettersi di immaginare un futuro di normalizzazione con Tel Aviv, sulla falsariga degli Accordi di Abramo. Ma quando Israele e gli Stati Uniti hanno trasformato la questione in uno scontro tra islam e mondo esterno — bombardando Gaza fino all’esasperazione, destabilizzando il Libano, attaccando l’Iran — la logica interna all’area è saltata. Le vecchie rivalità tra sauditi, turchi, pakistani ed egiziani non sono scomparse: sono diventate semplicemente meno urgenti rispetto alla minaccia comune che la gestione occidentale degli affari mediorientali ha reso evidente a tutti.
Cinquecento milioni di persone e il controllo degli stretti*
I numeri di questo quadrilatero meritano attenzione perché raramente vengono messi in fila in un unico quadro. Insieme, le quattro nazioni superano i cinquecento milioni di abitanti — più del venti per cento dell’intera Unione Europea — con un paese dotato di arsenale nucleare, il Pakistan; una potenza finanziaria di prim’ordine, l’Arabia Saudita, affiancata dalle altre petromonarchie del Golfo; due eserciti di tutto rispetto, quello turco proiettato verso l’Asia centrale e quello egiziano verso l’Africa subsahariana. Controllano, insieme alle monarchie del Golfo, gli snodi marittimi più strategici del pianeta: Bosforo, Suez, Bab el-Mandeb, e in larga misura anche Hormuz. Dominano l’OPEC. Hanno la capacità, se coordinati, di pesare sul destino del dollaro come valuta di riserva globale.
L’Egitto è già membro BRICS. Turchia e Pakistan attendono l’inclusione. L’Arabia Saudita vi ha aderito ma ha autosospeso la propria partecipazione, plausibilmente in attesa di capire come si stabilizzeranno i nuovi equilibri prima di scoprire definitivamente le proprie carte. La Turchia resta formalmente nella NATO mentre intrattiene relazioni tutt’altro che ostili con Mosca — una contraddizione che ad Ankara non sembra creare particolare imbarazzo. È un quadrilatero che, posizionato geograficamente al centro del triangolo Asia-Africa-Europa, possiede un potere negoziale che né Washington né Bruxelles sembrano aver pienamente metabolizzato.
Il progetto alternativo che gli americani avevano in mente — un «accordo di Abramo» allargato, capace di collegare l’India all’Europa attraverso la penisola arabica e Israele — escludeva sistematicamente Pakistan, Turchia ed Egitto. Era un disegno costruito attorno a Israele come perno centrale, con l’Arabia Saudita nel ruolo di partner subordinato. Riyad, custode di Mecca e Medina e quindi punto di riferimento simbolico per un miliardo e seicento milioni di musulmani in oltre cinquanta paesi, ha avuto il tempo di osservare la guerra nel Golfo Persico e di trarne una conclusione semplice: quel piano era irrealistico, e probabilmente anche pericoloso per gli interessi sauditi a lungo termine. Escludere l’Iran — soggetto forte sia nel quadrante regionale sia nel mondo islamico più ampio, oltre che alleato della Cina — dai disegni strategici israelo-americani non era un dettaglio trascurabile. Era un errore di calcolo strutturale.
Il rischio per l’Occidente, a questo punto, non è che il quadrilatero sunnita si consolidi in autonomia. È che la Cina, sempre attenta a cooptare blocchi regionali nella propria rete di cooperazione globale, li assorba collettivamente in un sistema multipolare alternativo a quello atlantico. Mentre Washington, Tel Aviv e le cancellerie europee continuano a investire prevalentemente in armamenti — la guerra USA-Iran e quella russo-ucraina lo dimostrano entrambe — il quartetto sunnita, con il Qatar nel ruolo di mediatore attivo, sta investendo in diplomazia. Un investimento il cui esito resta incerto, ma che segna comunque un punto a proprio favore in un’epoca in cui l’intelligenza diplomatica occidentale ha toccato livelli storicamente bassi. Le armi restano necessarie, certo. Ma contano molto meno di quanto Washington continui a credere.

* Articolo che parte da una riflessione di Piergluigi Fagan
Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













