Riarmo, droni su Mosca e missili britannici: l’Europa è già in guerra con la Russia

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

L’Europa riarma, la Germania coproduce armi con Kiev, Londra colpisce territorio russo. Sul campo il Donbass cede. La narrazione della vittoria ucraina copre una cobelligeranza mai dichiarata. Putin avverte: lo spazio per la moderazione si sta esaurendo.

La NATO e la Russia: una guerra che non si chiama guerra

Da qualche settimana, senza particolari cerimonie e senza che nessuno si preoccupasse di spiegare il cambio di rotta, la stampa europea ha aggiornato il proprio racconto della guerra in Ucraina. Per cinque anni: eroica resistenza, enormi perdite russe, sanzioni che strangolano Mosca, isolamento internazionale del Cremlino. Narrazione consolidata, ripetuta, sostanzialmente uniforme. Poi, all’improvviso, la svolta: l’Ucraina avrebbe raggiunto una superiorità tecnica e strategica capace di colpire Mosca, strozzare la Crimea e umiliare Putin fino a costringerlo a trattare. Persino il Corriere della Sera, che di queste narrazioni è stato fedele veicolo, si è fermato un momento a osservare la propria mappa e ha annotato, con encomiabile understatement, che questa sintesi «meriterebbe pezze d’appoggio più concrete». Nel frattempo era già diventata il racconto ufficiale. Sul campo non è cambiato quasi nulla. Nella comunicazione, è cambiato tutto. Il che dice qualcosa di preciso non sulla guerra, ma su chi la racconta e per quale scopo.

Nessuno sembra imbarazzato dalla transizione. Ieri lo stallo, oggi la vittoria imminente. La realtà sul campo non è cambiata in modo significativo: Kostyantynivka e Lyman sono sotto pressione russa crescente, Kramatorsk e Slovyansk restano nel mirino, il fronte del Donbass mostra segnali di cedimento strutturale. L’Ucraina intensifica gli attacchi con droni a lungo raggio in territorio russo — Mosca e San Pietroburgo comprese, una linea rossa senza precedenti nella storia del conflitto — ma quegli attacchi, per quanto spettacolari sul piano visivo ed emotivo, non alterano i rapporti di forza sul terreno. I cieli di Mosca oscurati dal fumo delle raffinerie colpite fanno impressione ma non fanno vincere la guerra.

Quello che la narrazione della vittoria imminente produce, però, non è la vittoria: è la legittimazione di un’ulteriore escalation. Von der Leyen propone il raddoppio degli aiuti. Londra sviluppa missili a basso costo con testata da 250 chilogrammi e gittata di 500 chilometri da consegnare a Kiev entro pochi mesi — potenzialmente in grado di colpire Mosca — mentre le proprie riserve di Storm Shadow si esauriscono. L’attacco alla fabbrica di Voronezh, che produceva componenti per missili Iskander, ha quasi certamente impiegato Storm Shadow britannici, sistemi che non possono essere utilizzati senza il coinvolgimento diretto di Londra. Non è più una guerra per procura: è uno scontro diretto tra la Russia e paesi membri della NATO, con l’unica differenza che nessuno lo chiama con questo nome.

Il riarmo europeo e il ritorno del nemico tedesco

La mobilitazione militare europea in corso non ha precedenti nel dopoguerra. I membri europei della NATO hanno speso nel 2025 559 miliardi di dollari per le proprie forze armate — il più vigoroso aumento registrato dal SIPRI dal 1953. La Germania ha raggiunto i 114 miliardi di spesa militare, diventando il paese con la maggiore spesa in Europa e il quarto al mondo, con l’obiettivo dichiarato di avere le forze armate convenzionali più potenti del continente entro il 2039. Truppe britanniche scavano trincee in Estonia. Una brigata corazzata tedesca è schierata permanentemente in Lituania — prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Francia e Polonia conducono esercitazioni nucleari nel Baltico con caccia Rafale e F-16: simulazioni che prevedono esplicitamente il superamento della soglia nucleare in un conflitto con la Russia.

In Russia, commentatori e politici parlano esplicitamente di «ritorno del nemico tedesco», con riferimento diretto al 22 giugno 1941, data dell’Operazione Barbarossa. La memoria della Grande Guerra Patriottica — che ha inflitto all’Unione Sovietica il trauma collettivo più devastante della propria storia moderna — non è un riferimento retorico nella cultura politica russa: è una categoria interpretativa operativa, con cui la maggior parte delle famiglie russe legge ancora oggi il presente. Il fatto che questa associazione venga oggi alimentata dalle stesse scelte militari europee — dispiegamento permanente in paesi baltici, esercitazioni nucleari, missili a lungo raggio, integrazione industriale con Kiev — non è un dettaglio di contesto. È il cuore del problema.

La Germania, in particolare, ha compiuto una svolta che pochi mesi fa sarebbe parsa impensabile: ha stretto una partnership strategica diretta con il settore della difesa ucraino, aprendo alla coproduzione di sistemi d’arma, droni con gittata fino a 1.500 chilometri e missili a lungo raggio. È il completamento del percorso descritto dall’ex parlamentare tedesca Sevim Dagdelen: la nascita di un complesso militare-industriale tedesco-ucraino sotto egemonia di Berlino. Internamente, infermieri tedeschi vengono formati per trattare ferite da combattimento, i centri per l’impiego orientano i disoccupati verso ruoli militari, le organizzazioni di protezione civile vengono integrate nella pianificazione bellica con finanziamenti da dieci miliardi di euro. La militarizzazione della società tedesca non è un’ipotesi: è un processo in corso, documentato e finanziato.

Il «Readiness 2030» — prima chiamato ReArm Europe, ribattezzato con un nome meno imbarazzante ma identico nei contenuti — prevede sulla carta fino a 800 miliardi di finanziamenti, corredato dallo «Schengen militare» per rimuovere gli ostacoli al rapido movimento di truppe sul territorio europeo. Il tutto in un contesto in cui, come ha ricordato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, Washington chiede all’Europa di assumersi la responsabilità primaria della propria difesa. Tradotto: gli Stati Uniti si defilano progressivamente dalla gestione diretta, ma il perimetro dell’alleanza si espande e si radicalizza.

C’è infine la questione della narrazione, che è anche la questione più politicamente rilevante. Presentare come vittoria imminente una situazione che i dati militari descrivono come stallo — con un’Ucraina demograficamente ed economicamente in crisi, un esercito logorato, un fronte orientale sotto pressione — non è ottimismo strategico. È la costruzione deliberata di un consenso necessario per giustificare una spesa militare senza precedenti, un coinvolgimento diretto sempre più difficile da negare e un’escalation che nessuno ha votato e che pochissimi sono disposti a nominare con chiarezza.

Le domande che questa narrazione impedisce di formulare sono esattamente quelle che andrebbero poste: a chi conviene lo stallo? Perché gli alleati di Kiev «tergiversano» sui sistemi di difesa aerea, come nota con perplessa ironia anche la stampa favorevole all’Ucraina? E soprattutto: dove finisce il sostegno a un paese aggredito e dove comincia la cobelligeranza in una guerra contro la Russia?

Putin: moderazione o cambio di passo?

La domanda che nessuna cancelleria europea sembra disposta a formulare pubblicamente è anche la più rilevante: fino a dove Putin è disposto ad assorbire l’escalation senza modificare la propria dottrina operativa? Il presidente russo ha finora mantenuto un profilo che i suoi critici definiscono arroganza e i suoi sostenitori lettura strategica: ignorare formalmente il coinvolgimento diretto della NATO, trattare i droni ucraini su Mosca come fastidi propagandistici, rispondere sul campo senza alzare il livello retorico al punto di rottura.

Sugli attacchi alle infrastrutture russe, Putin è stato esplicito: «Non influiscono in alcun modo sulla situazione al fronte. Ogni attacco, ovunque venga sferrato, non ha assolutamente alcun effetto sulla linea di contatto». Una dichiarazione che serve a due scopi simultanei: tranquillizzare la popolazione russa e togliere agli attacchi ucraini il valore psicologico che cercano.

Ma il dicembre 2025 aveva già segnato un irrigidimento di tono. Intervenendo a un forum sugli investimenti a Mosca, Putin aveva dichiarato che se l’Europa «decide di entrare in guerra con la Russia e inizia effettivamente una guerra, potrebbe verificarsi molto rapidamente una situazione in cui Mosca non ha più nessuno con cui negoziare». Non è la retorica dell’uomo forte per uso interno: è un avvertimento operativo rivolto a interlocutori specifici.

Gli ambienti militari e nazionalisti russi spingono da tempo verso un cambio di approccio più aggressivo. La moderazione di Putin — tenere il conflitto dentro i confini dell’«operazione speciale», non dichiarare la guerra alla NATO anche quando i missili britannici colpiscono fabbriche russe — viene letta da quell’ala come debolezza politica, non come saggezza strategica. La pressione interna esiste, è documentata e cresce in proporzione all’intensificarsi delle azioni occidentali in territorio russo.

Se Putin manterrà il profilo attuale o cederà a quella pressione dipende da una variabile che l’Europa sembra aver rimosso dal proprio calcolo: ogni nuova escalation — missili a più lunga gittata, partnership industriale tedesco-ucraina, esercitazioni nucleari nel Baltico — riduce lo spazio politico di chi, a Mosca, vorrebbe ancora contenere il conflitto. La moderazione ha un costo interno. E quel costo, silenziosamente, sta salendo.

 

 

 

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

 

Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli