La vergogna delle sanzioni USA contro Francesca Albanese: punita per aver detto la verità

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Gli USA annunciano sanzioni contro la relatrice ONU Francesca Albanese, colpevole di aver denunciato il “business del genocidio” contro i palestinesi. Un attacco alla giustizia internazionale e un segnale inquietante a chi osa sfidare l’impunità di Israele e dei suoi alleati.

Punire chi denuncia: gli USA sanzionano Francesca Albanese per aver detto la verità

In un gesto che rasenta l’abuso istituzionale e mina ulteriormente le fondamenta del diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi. La motivazione? Aver fatto il proprio lavoro. Aver denunciato, con rigore documentale e coraggio civile, il ruolo attivo di numerose aziende – molte delle quali statunitensi – nel cosiddetto “business del genocidio” contro il popolo palestinese.

Dietro la retorica ipocrita del segretario di Stato Marco Rubio – che definisce “vergognosi” gli sforzi della relatrice per spingere la Corte Penale Internazionale ad agire – si cela la nuda verità: gli USA non tollerano che si metta in discussione l’impunità garantita ai propri alleati e alle proprie corporations.

Le stesse aziende chiamate in causa da Albanese – tra cui Amazon, Alphabet, Microsoft, Palantir e Lockheed Martin – non sono meri fornitori di tecnologie, ma protagoniste operative di un sistema industriale che alimenta l’occupazione, la sorveglianza e la distruzione sistematica dei territori palestinesi.

Il fatto che la punizione consista in sanzioni personali contro una funzionaria delle Nazioni Unite rappresenta un pericoloso precedente. È la conferma che chiunque osi denunciare Israele e i suoi complici – anche con prove alla mano – sarà aggredito, delegittimato e, se possibile, annientato sul piano personale e professionale. Un messaggio diretto a tutti gli osservatori internazionali: tacere o subire ritorsioni.

L’azione americana arriva non a caso mentre Benjamin Netanyahu è in visita negli Stati Uniti e la diplomazia israeliana gode della protezione totale dell’amministrazione Trump. La sincronia tra questa visita e le sanzioni alla Albanese denuncia un inquietante coordinamento politico e un tentativo palese di intimidazione contro chiunque osi fornire strumenti giuridici alla causa palestinese.

Non è una sorpresa che l’ONU, da anni paralizzata dai veti USA, non abbia ancora espresso una posizione ufficiale. Né che l’Italia, patria della giurista, taccia per bocca di un ministro degli Esteri come Tajani, più attento a non disturbare i potenti che a difendere una sua cittadina premiata a livello internazionale.

In mezzo al silenzio assordante, emergono però alcune voci coraggiose. L’economista greco Yanis Varoufakis ha definito Rubio “nemico del diritto internazionale e della decenza umana”. Il deputato europeo Matja Nemec ha avviato la procedura per candidare Albanese al Nobel per la Pace, mentre il parlamentare italiano Arturo Scotto ha chiesto conto al governo del silenzio sulle sanzioni.

Colpire Francesca Albanese significa colpire la possibilità stessa che la giustizia internazionale possa agire di fronte a crimini sistematici. Significa minacciare le Nazioni Unite dall’interno, piegarle alla volontà dei più forti. Se passa il principio che chi denuncia il genocidio può essere punito, allora siamo davvero entrati in una fase post-legale della storia occidentale.

Francesca Albanese ha fatto quello che dovrebbero fare le istituzioni: dare voce alle vittime e pretendere responsabilità. Se oggi viene sanzionata per averlo fatto, è nostro dovere difenderla, senza tentennamenti, per difendere ciò che resta dello stato di diritto.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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