La Repubblica e l’equilibrismo permanente: criticare la guerra mentre la si giustifica

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Tra contorsioni editoriali e prudenza geopolitica, una parte della stampa progressista critica Trump e Netanyahu ma finisce per giustificare le stesse logiche di guerra. Il risultato è un equilibrio ipocrita che allontana sempre di più il progressismo dal popolo.

Gli equilibrismi de “La Repubblica”, l’house organ del Partito democratico

Capisco la difficoltà di camminare su un filo, di rintuzzare continuamente opinioni per legittimare il proprio spaesamento. Una difficile esistenza quella del lettore medio di Repubblica, continuamente confuso dall’attrazione per il pericolo dell’internazionale Maga e l’adesione, sostanziale, alle sue iniziative internazionali.

Così come la Schlein, quando rivendica con orgoglio le passate manifestazioni contro gli ayatollah – “quelle a cui la destra non partecipava”, ammonisce la nostra eroina, tanto per far capire lo stato confusionale dell’atlantismo progressista – “La Repubblica” si affida all’ex direttore del “Jerusalem Post” per esaltare la giusta lotta dello Stato ebraico contro Hezbollah e Hamas. Genocidio sì, ma forse solo fino a un certo punto.

Ma il capolavoro dialettico, per confermare l’assoluta interdipendenza tra trumpismo ed europeismo, al di là dei proclami ispirati a una certa combattività di facciata, sta nell’annunciare, con grandi sospiri di sollievo, l’acredine bellico di Teheran contro l’Ucraina con il “rischio” che le due guerre si incrocino. Tanto da essere certi che Putin, alla fine, utilizzerà l’atomica. Si fa strada, tra le righe, l’attacco nucleare preventivo dunque.

Ma quindi qual è il motivo di questi contorsionismi, di questa titubanza caracollante che impagina i rotocalchi di sinistra? Semplicemente l’imbarazzo di dover necessariamente, pena la perdita definitiva di credibilità, temporeggiare nello schierarsi apertamente con Israele e con gli Stati Uniti. Si biasimano dunque Trump e Netanyahu ma, neanche troppo sottotraccia, si alimentano le ragioni culturali perché la loro sete di guerra sia, tutto sommato, giustificata razionalmente.

E si fa finta, ovviamente, che gli schieramenti in guerra siano a geometria variabile, negando che sia in Ucraina che nel Medio Oriente da una parte attacca l’Occidente collettivo e dall’altra si difende quel resto del mondo che non ha proprio voglia di farsi colonizzare da un impero in decadenza politica, economica, culturale e sociale. E si nega che il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti, non di Trump, non di Tizio né di Sempronio, ma di tutte le stelle e di tutte le strisce, sia la Cina. Cosa chiara a qualsiasi adulto alfabetizzato.

Quindi, per concludere, “La Repubblica” (ma anche Il Manifesto non gioca mica eh) annuncia la propria incrollabile ipocrisia, pensando sinceramente a uno istupidimento dei lettori ormai conclamato. Fenomeno questo, tra l’altro, assai probabile. Per cui contribuisce alla separazione sempre più netta tra progressismo civilizzatore e popolo. Il popolo, tendenzialmente, non ama essere smaccatamente preso per i fondelli.

Da qui nasce l’altro inganno, quello della destra Maga. Quella che fa finta di parlare chiaro per coprire gli stessi interessi ultra-capitalisti. Un inganno, quello degli “schieramenti contrapposti”, che ormai si prolunga da decenni, e che sfianca ogni possibile alternativa. Un’alternativa che si dovrebbe formare nelle lotte e nel conflitto. Questo avrebbe dovuto insegnare la mobilitazione per Gaza. Nient’altro di questo.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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