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L’attacco all’Iran apre crepe nella coalizione Maga. Bannon, Carlson e altri conservatori criticano la nuova guerra: Trump aveva promesso di porre fine ai conflitti infiniti. Ora la base si chiede se la strategia americana segua davvero “America First” o piuttosto Netanyahu.
Maga contro la guerra: l’Iran apre la frattura nella destra trumpiana
C’è un paradosso curioso nella nuova avventura militare statunitense in Medio Oriente: mentre Washington bombarda l’Iran, una parte della destra americana – proprio quella che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca – comincia a domandarsi perché.
Non si tratta della solita protesta progressista contro le guerre. Questa volta il malumore serpeggia dentro la galassia Maga, il mondo politico-mediatico che per anni ha sostenuto l’idea di un’America stanca di fare il poliziotto globale. L’Iran, invece, rischia di trasformarsi nell’ennesimo capitolo di quella tradizione che Trump aveva promesso di archiviare: le guerre senza fine.
Per capire la temperatura del dissenso basta ascoltare alcune delle voci più influenti della cosiddetta “blogosfera conservatrice”. Non editoriali del New York Times, ma podcast, dirette web e canali YouTube seguiti da milioni di elettori repubblicani. E lì il clima è tutt’altro che entusiasta.
Il malumore nella galassia Maga
Uno dei segnali più evidenti arriva dalla “War Room” di Steve Bannon, uno dei teorici della rivoluzione trumpiana. Durante la sua diretta mattutina, Bannon non ha attaccato frontalmente la Casa Bianca – cosa che nella tribù Maga si fa raramente – ma ha lasciato intendere che la nuova escalation non era esattamente ciò che gli elettori si aspettavano.
La domanda, posta con il tono di chi sa di parlare a milioni di simpatizzanti, è semplice: se questa operazione dovesse diventare lunga, non sarebbe una smentita della promessa elettorale di evitare nuovi conflitti?
A rafforzare il dubbio è intervenuto Erik Prince, ex marine e fondatore della famigerata compagnia di sicurezza Blackwater, diventata simbolo degli eccessi della guerra in Iraq. Prince non è certo un pacifista – anzi – ma proprio per questo le sue parole pesano.
Secondo lui l’Iran non è un avversario facilmente neutralizzabile. Il sistema di potere della Repubblica islamica, ha ricordato, non si esaurisce nella leadership visibile: migliaia di membri delle Guardie della rivoluzione potrebbero semplicemente passare alla clandestinità e continuare la lotta. Tradotto in termini meno diplomatici: l’America potrebbe aver appena aperto un “barattolo di vermi”.
Non è un caso che nella stessa trasmissione sia stato invitato Trita Parsi, analista iraniano-americano vicino agli ambienti che negoziarono l’accordo nucleare del 2015. Una presenza insolita in un programma abitualmente popolato da nazionalisti e conservatori duri.
Il motivo è semplice: spiegare a quel pubblico che bombardare un Paese non significa automaticamente provocarne il crollo politico.
La promessa tradita delle “no endless wars”
Il nodo vero, però, è politico. La coalizione che ha riportato Trump alla presidenza si è costruita su una promessa molto precisa: basta guerre infinite, basta esportazione della democrazia a colpi di bombardamenti. Ora quella promessa sembra vacillare.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha provato a chiarire gli obiettivi dell’operazione, parlando di una missione “decisiva e devastante” per neutralizzare la minaccia missilistica iraniana e impedire lo sviluppo nucleare. Ma il quadro resta nebuloso. Soprattutto perché manca un elemento essenziale: cosa dovrebbe accadere dopo?
La narrativa implicita è quella già vista in altri conflitti mediorientali: la pressione militare dovrebbe indebolire il regime fino a provocare una rivolta interna. Ma nel frattempo i cittadini iraniani contano le vittime dei bombardamenti e l’immagine dell’Occidente come liberatore non sembra esattamente rafforzarsi.
Anche Trump, durante una cerimonia militare dedicata ai soldati caduti, ha parlato di operazioni che “potrebbero durare alcune settimane” e non ha escluso l’eventuale impiego di truppe. Parole che ampliano ulteriormente la distanza tra il candidato anti-guerra e il presidente impegnato in una nuova escalation.
Secondo diversi analisti, la Casa Bianca spera di utilizzare la forza militare senza scivolare in un conflitto aperto. Una strategia che ricorda il tentativo di passare “dalla porta stretta”: abbastanza bombe da dimostrare determinazione, ma non abbastanza da scatenare una guerra su larga scala. Il problema è che la storia recente dimostra quanto sia difficile controllare questo equilibrio.
Il fattore Israele che divide la destra americana
Un altro tema sensibile riguarda il ruolo di Israele. Una parte della base trumpiana guarda con crescente sospetto all’idea che la politica mediorientale americana sia inevitabilmente allineata con quella di Benjamin Netanyahu.
Il dibattito era già emerso apertamente in alcuni ambienti conservatori, dove si era posta una domanda scomoda: la strategia degli Stati Uniti segue davvero il principio “America First” o piuttosto “Israel First”?
A rilanciare la polemica è stato Tucker Carlson, ex volto di Fox News e oggi protagonista di uno dei programmi politici più seguiti su X. Carlson ha ricordato che l’Iran non è l’Iraq e ha insinuato che l’esercito americano non sia preparato a una guerra di quelle dimensioni.
Ha anche aggiunto una critica ancora più provocatoria: gli arsenali statunitensi, secondo lui, sarebbero stati in parte svuotati per sostenere Israele nei mesi precedenti. Carlson sostiene di aver incontrato più volte Trump per convincerlo a evitare l’attacco, mettendo in guardia sulle possibili conseguenze economiche – in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia – e sulle tensioni con gli alleati arabi.
Che sia vero o meno, il fatto che questa discussione avvenga pubblicamente dentro la destra americana racconta qualcosa di nuovo. L’Iran non è soltanto un fronte militare. È anche una linea di frattura politica dentro il movimento che ha riportato Trump al potere. E se la guerra dovesse durare più del previsto, quella frattura potrebbe allargarsi molto più rapidamente di quanto la Casa Bianca immaginasse.

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