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Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex rais libico, è stato assassinato da uomini armati a Zintan. Figura divisiva, ricercato dall’ICC, il suo ruolo politico e simbolico alimenta dubbi su responsabilità e beneficiari in una Libia ancora priva di stabilità statale.
La Libia uccide il suo ultimo “Gheddafi”: caos senza fine
La notizia dell’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del colonnello Muammar Gheddafi e figura politica controversa in Libia, ha scosso uno scenario già lacerato da oltre un decennio di caos, milizie e potenze straniere che giocano a dadi il futuro del Paese nordafricano. L’uccisione, confermata da più fonti internazionali e locali, non è un fatto isolato, ma un tassello inquietante di una crisi che nessuna diplomazia finora è riuscita a risolvere né tantomeno a smorzare.
Saif al-Islam, 53 anni, è stato colpito da proiettili esplosi da un commando di uomini armati e mascherati, entrati nella sua residenza di Zintan, una cittadina nella Libia occidentale, disattivando telecamere di sorveglianza e aprendo il fuoco con determinazione. Secondo la Procura generale libica, è morto a causa delle ferite da arma da fuoco mentre forze investigative avviano una indagine per tentare di identificare gli autori dell’assassinio.
Ma difficilmente si può descrivere questa morte come “normale” in un paese dove “scontri armati” è un eufemismo per indicare lotte di potere, vendette e interessi economici sovrapposti: petrolio, controllo territoriale e influenza geopolitica.
Il quadro è quello di una Libia che non ha mai davvero superato il trauma della guerra civile, finita formalmente nel 2011 dopo la caduta e la morte di Muammar Gheddafi, ma che in realtà è entrata in una nuova, perenne fase di frammentazione e instabilità.
Figura divisiva, morte simbolica
Saif al-Islam non era soltanto un nome eccentrico nel pantheon dei “figli dei leader arabi”. Per anni figlio prediletto del rais libico, la sua immagine pubblica oscillava tra quella del “riformista” – educato in Occidente e percepito come potenziale interlocutore internazionale – e quella del braccio destro del regime, responsabile di violente repressioni durante la rivolta del 2011. Su di lui pendevano mandati di arresto internazionali per crimini contro l’umanità emessi dalla Corte penale internazionale, nonché una condanna a morte in contumacia da parte di un tribunale libico.
Dopo la cattura da parte di milizie di Zintan nel 2011, Saif al-Islam era rimasto in città per anni, liberato poi nel 2017 grazie a un’amnistia generale. In un Paese rubato al diritto e alla legge, aveva mantenuto una presenza politica costante, fino a tentare una candidatura alle elezioni presidenziali del 2021, poi collapse a causa delle divisioni tra fazioni rivali – un duopolio di potere tra il governo di Tripoli e il generale Khalifa Haftar nell’est del paese – inutile dire che le urne da allora non sono mai state un mezzo per scelta popolare ma terreno di scontro.
La sua uccisione elimina una figura di riferimento per una parte della società libica: quella nostalgia per un passato – per quanto autoritario – percepito come più ordinato rispetto al caos attuale. Allo stesso tempo, la sua figura era odiata e temuta da chi vede nell’eredità dei Gheddafi uno spettro repressivo e sanguinario, ben rappresentato dai mandati emessi dall’ICC. La contraddizione tra sua possibile funzione unificante e il ruolo di simbolo divisivo è, in effetti, una delle eredità più insidiose della Libia post-2011.
Chi trae vantaggio? Troppe ombre, poche certezze
Nel Paese dove ogni milizia – ufficiale o “indipendente” – è in realtà un fantoccio di interessi esterni, l’assassinio di Saif al-Islam solleva interrogativi scomodi. Se l’evento fosse davvero l’opera di un gruppo di “uomini armati” isolati, allora la situazione libica sarebbe un caos privo di senso. Ma la violenza organizzata di questo tipo raramente è casuale in un teatro dove Emirati Arabi Uniti, Turchia, Francia e altre potenze perseguono obiettivi strategici con milizie proxy e alleanze opache.
La magistratura libica ha aperto un’inchiesta formale e ha inviato periti balistici e medici legali a esaminare gli elementi trovati sul luogo, ma la trasparenza di questi processi è spesso compromessa da pressioni politiche interne e da reti di potere parallele che operano nell’ombra. Nel frattempo, varie fazioni e commentatori internazionali richiedono chiarezza, mentre altri si affrettano a speculare su chi potesse beneficiare della sua morte.
L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi è meno l’epilogo di un singolo uomo e più un sintomo della malattia cronica di uno Stato che non ha mai saputo guarire.

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