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In Germania torna la leva, ma travestita da volontariato ben pagato. Se i giovani non rispondono, scatterà il sorteggio obbligatorio. Tra crisi economica e retorica securitaria, Berlino normalizza l’idea della guerra come opzione concreta.
Germania, il ritorno dell’elmetto
In Germania l’aria è cambiata. Non nei toni solenni delle commemorazioni o nei convegni sulla sicurezza europea, ma nei gesti amministrativi: lettere recapitate ai diciottenni, moduli da compilare, un lessico apparentemente rassicurante che parla di “opportunità” e “scelte individuali”. In realtà, sotto la patina del volontariato, prende forma un ritorno alla leva militare che nessuno osa chiamare con il suo nome. La nuova Germania di Merz rimette gli anfibi, ma pretende di farli passare per scarpe da ginnastica.
Il trucco linguistico è semplice quanto efficace. Non coscrizione, bensì “servizio volontario incentivato”. Un ossimoro che farebbe sorridere se non fosse inserito nel contesto di una crescente militarizzazione europea. Il ministro della Difesa Pistorius lo descrive come un’esperienza “moderna e ben retribuita”. Moderno, forse; ben pagato, certamente: 2.600 euro lordi al mese. La vera parola d’ordine non è più patria, ma stipendio. In tempi di inflazione e precarietà, la Bundeswehr diventa un datore di lavoro competitivo.
L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, è costruire una riserva di almeno 200 mila uomini da affiancare a un esercito professionale che, nei numeri, ancora non esiste. Una necessità strategica, dicono. Un’anticipazione di scenari peggiori, sospettano in molti. Per ora si parte con l’invito, ma l’invito è già un avvertimento.
Dalla carota al sorteggio
Il punto decisivo arriva subito dopo, quando la gentilezza lessicale finisce. Se le adesioni spontanee non dovessero bastare, scatterà la “clausola della lotteria”. Il termine è quasi grottesco: un’estrazione a sorte che obbligherà alcuni giovani a prestare servizio militare contro la loro volontà. Non una misura emergenziale, ma un meccanismo previsto e normato, attivabile con leggi semestrali approvate dal Parlamento. La coercizione, qui, non è un incidente: è un’opzione strutturale.
Colpisce anche ciò che resta fuori. Le donne non saranno obbligate in alcun modo. Una leva dichiaratamente maschile, che sembra uscita da un’altra epoca, mentre viene venduta come strumento “innovativo”. Quanto all’impiego, per ora si garantisce che i coscritti non verranno utilizzati in operazioni all’estero. Ma è una promessa condizionata. La Bundeswehr è già presente in Lituania sul fianco orientale della NATO e si discute, seppure in forma teorica, di un futuro coinvolgimento in Ucraina come forza di peacekeeping.
I generali, però, sono stati fin troppo chiari: in caso di guerra, ogni limite salterebbe. Nessuna scappatoia, nessuna distinzione. Il messaggio è diretto, quasi brutale, ed è arrivato forte e chiaro ai diretti interessati. Non a caso, il 5 dicembre scorso migliaia di studenti sono scesi in piazza in sessanta città tedesche per dire no a un futuro che li vuole arruolati per necessità geopolitica.
Merz però sembra poco impressionato. Forse confida nella distanza temporale dalle urne, forse nella stanchezza di un’opinione pubblica già abituata a digerire l’eccezione come regola. Resta un dato: la Germania, pilastro dell’Unione europea, sta normalizzando l’idea che la guerra non sia più un’ipotesi remota, ma una variabile amministrativa. E quando la guerra entra nei moduli da compilare, è la politica ad aver già perso qualcosa di essenziale.

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