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Oltre 1200 morti e 6000 feriti nei bombardamenti della coalizione guidata da USA e Israele contro l’Iran. Colpiti quartieri civili, ospedali, scuole e mercati. Mentre l’Occidente parla di operazioni “mirate”, le immagini mostrano città devastate e civili sotto le macerie.
Bombardamenti sull’iran: la guerra “chirurgica” che distrugge quartieri interi
Le guerre contemporanee hanno sempre una caratteristica curiosa: vengono presentate come operazioni chirurgiche. Colpiscono obiettivi militari, assicurano i portavoce governativi. Precisione tecnologica, danni collaterali ridotti, strategia calibrata.
Poi arrivano le immagini. Secondo il bilancio provvisorio diffuso nelle ultime ore, gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno provocato oltre 1200 morti e circa 6000 feriti. Numeri che già da soli suggerirebbero una certa prudenza nella retorica delle operazioni “mirate”.
Il reportage della giornalista Lucia Goracci, inviata della RAI, mostra una realtà meno elegante delle conferenze stampa militari: palazzi residenziali devastati, quartieri colpiti, infrastrutture civili ridotte in macerie.
Le immagini raccontano qualcosa di molto semplice. Quando cadono bombe su una metropoli come Teheran, è difficile sostenere che colpiscano soltanto installazioni militari.
La lista dei bersagli che non dovrebbero esserlo
Tra gli edifici distrutti o gravemente danneggiati figurano strutture che difficilmente rientrano nella definizione di obiettivo militare: scuole, ospedali, farmacie, complessi sportivi, bazar e centri di assistenza sanitaria. Sono stati segnalati danni anche a edifici collegati alla Red Crescent Society, oltre alla sede di una televisione.
I bombardamenti avrebbero colpito diversi quartieri residenziali della capitale iraniana e luoghi simbolo della vita urbana, come il Grand Bazaar di Teheran. Secondo testimonianze raccolte nelle ore successive agli attacchi, tra le strutture colpite figurano anche scuole elementari, un asilo nido, centri medici di emergenza e persino un parco per bambini.
Particolarmente gravi risultano i danni a diverse strutture sanitarie, tra cui l’ospedale Gandhi, il Motahari, il Vali-Asr, il Trauma and Burn Center e l’ospedale cardiologico Shahid Rajaei. La lista, letta tutta insieme, produce un effetto curioso: somiglia più all’inventario di una città che all’elenco di un arsenale militare.
In provincia di Fars, inoltre, una palestra sportiva colpita durante i bombardamenti avrebbe provocato la morte di diciotto giovani. Non esattamente un centro di comando strategico.
La distruzione di ospedali, mercati, scuole e centri sportivi solleva inevitabilmente una domanda: qual è l’obiettivo reale di bombardamenti di questo tipo?
Nella storia delle guerre moderne esiste una strategia ben documentata: colpire la struttura civile di una società per piegarne la resistenza. Non soltanto l’esercito, ma il morale collettivo.
Le infrastrutture della vita quotidiana — ospedali, scuole, mercati — sono ciò che tiene in piedi una comunità. Distruggerle significa trasformare una città in un luogo invivibile.
È una logica che i manuali militari definiscono “pressione strategica”. Nel linguaggio comune ha un nome più semplice: **terrore.
Le testimonianze raccolte dopo i bombardamenti raccontano anche di soccorritori colpiti mentre intervenivano per recuperare i feriti. Una scena tristemente familiare in molti conflitti contemporanei.
La morale variabile dell’occidente
Tutto questo pone un problema politico piuttosto evidente. Gli stessi governi occidentali che per anni hanno costruito la propria legittimità internazionale sulla difesa dei diritti umani e del diritto internazionale oggi sostengono o partecipano a operazioni militari che stanno devastando aree urbane densamente abitate. È un curioso fenomeno linguistico.
Se bombardamenti di questo tipo venissero condotti da paesi considerati ostili all’Occidente, la definizione dominante nei titoli dei giornali sarebbe probabilmente una sola: terrorismo di Stato.
Quando invece a colpire sono Washington e Tel Aviv, il lessico cambia improvvisamente. Le stesse azioni diventano “operazioni di sicurezza”, “attacchi preventivi”, “interventi mirati”. Le parole, come sempre, svolgono una funzione rassicurante.
Per le famiglie che scavano tra le macerie di una casa o di un ospedale distrutto, tuttavia, la terminologia geopolitica ha un’importanza relativa. Sotto le bombe la differenza tra una “operazione chirurgica” e un bombardamento resta, molto banalmente, una questione di semantica. I morti, invece, restano morti.

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