Italiani prigionieri di Haftar: 25 giorni di silenzio istituzionale

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Da 25 giorni due italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia, sono detenuti in Libia dalle milizie di Haftar dopo il blocco del Land Convoy diretto a Gaza. Roma tace. La Global Sumud Flotilla lancia presidi nazionali fino al 24 giugno.

Prigionieri di Haftar, ignorati da Roma

Il 24 maggio 2026, nei pressi di Sirte, le milizie fedeli al generale Khalifa Haftar fermavano il Land Convoy della Global Sumud Flotilla: un corteo di migliaia di attivisti, ambulanze e camion carichi di aiuti umanitari diretti verso Gaza attraverso il Nord Africa. Da quel giorno sono trascorsi 25 giorni. Dieci persone – tra cui due cittadini italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia – restano detenute in Libia orientale senza accuse formalizzate, senza adeguata tutela legale e con comunicazioni consolari ridotte al minimo.

Il quadro è quello di una detenzione arbitraria che scivola nell’invisibilità istituzionale. L’11 giugno un comunicato della missione umanitaria ha reso noto che la carcerazione è stata prorogata di un ulteriore mese, in attesa di un processo la cui cornice giuridica rimane deliberatamente opaca. Le fonti diplomatiche citate dagli stessi attivisti parlano di accesso garantito a cibo e servizi igienici: il livello minimo sotto cui persino Haftar preferirebbe non scendere. Per il resto: nessuna garanzia procedurale, nessuna chiarezza sulle imputazioni, nessun segnale tangibile di pressione da parte del governo italiano.

Il governo Meloni e il silenzio di Stato

Due cittadini italiani detenuti in un territorio controllato da un signore della guerra – lo stesso Haftar con cui Roma intrattiene rapporti di collaborazione nell’ambito del controllo dei flussi migratori – e il dibattito pubblico nazionale registra un assordante silenzio istituzionale. Nessun atto d’urgenza al parlamento degno di nota, nessuna dichiarazione ministeriale che vada oltre il protocollo, nessuna mobilitazione diplomatica visibile. Il governo Meloni, così pronto a evocare la difesa degli italiani all’estero quando fa comodo alla narrazione sovranista, si scopre singolarmente prudente quando i connazionali da liberare si chiamano attivisti pro-Palestina.

L’operazione di cui facevano parte Centrone e Alberizia rientrava nel solco della Global Sumud Flotilla, già protagonista di un episodio clamoroso: il tentativo della marina israeliana di intercettare illegalmente in acque internazionali la componente navale della missione. Il Land Convoy era la risposta terrestre allo stesso obiettivo – rompere l’assedio su Gaza, in vigore dal 2007 – portando aiuti attraverso una rotta che aggira il Mediterraneo. A bloccarlo non è stata una magistratura ma una struttura paramilitare che risponde a logiche di potere locale e, evidentemente, a pressioni che nessuna fonte ufficiale si premura di nominare.

Presidi in tutta Italia, la risposta dal basso

Di fronte all’inerzia istituzionale, la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha scelto l’unica strada rimasta: la pressione pubblica. Insieme ad Amnesty International, ha lanciato una mobilitazione nazionale permanente, con presidi davanti a prefetture e ministeri in decine di città – Roma, Milano, Bologna, Bari, Lecce, e molte altre – destinata a proseguire almeno fino al 24 giugno, data che segnerà un mese esatto dall’inizio del sequestro.

L’appello è diretto e senza filtri: «non lasciamo che questa prigionia politica duri un giorno di più, non senza lottare, non senza usare il nostro corpo per fermarlo». Una formulazione che fotografa con precisione il grado di abbandono percepito da chi porta avanti questa battaglia: quando gli strumenti istituzionali tacciono, rimane il corpo come unico mezzo di pressione disponibile. È la logica del presidio, antica quanto i movimenti che l’hanno praticata. E in questo caso, vista l’alternativa, difficile darle torto.

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