Iran e Stati Uniti, negoziati sull’orlo dell’escalation

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

A Ginevra Usa e Iran concordano solo il metodo, non il merito. Vance nega progressi e concede due settimane, mentre Khamenei minaccia e i Pasdaran si esercitano a Hormuz. Tra moratorie sull’uranio e ultimatum soft, la diplomazia resta appesa alle flotte.

Nucleare iraniano: negoziati in sala, portaerei in mare

La scena è quella consueta della diplomazia nucleare: sorrisi prudenti, comunicati misurati, “passi avanti” dichiarati con cautela. A Ginevra, Stati Uniti e Iran hanno riaperto il dossier più esplosivo del Medio Oriente, quello sul nuovo accordo nucleare. Ma l’impressione, al netto delle formule di rito, è che il negoziato proceda a strattoni, in un perenne equilibrio tra apertura tattica e intimidazione strategica.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di un’intesa preliminare sul metodo: si lavorerà su bozze da scambiare nei prossimi giorni. Un progresso procedurale, non politico. In sostanza, si è concordato come discutere, non cosa concedere. L’incontro, ospitato dal capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi, è stato presentato da Teheran come un passo costruttivo. Ma la serata ha riportato tutti con i piedi per terra.

Il vicepresidente statunitense JD Vance, citato dal Wall Street Journal, ha gelato l’entusiasmo: nessun avanzamento sostanziale, nessuna accettazione delle richieste chiave americane. Washington ha concesso due settimane di tempo a Teheran per colmare le divergenze. Tradotto: ultimatum soft. E, dettaglio non secondario, Vance ha ribadito che l’opzione militare resta sul tavolo.

Le richieste di Washington e le offerte di Teheran

Sul merito, i segnali sono contraddittori. Fonti diplomatiche parlano di una possibile moratoria triennale sull’arricchimento dell’uranio proposta dagli iraniani, accompagnata dall’ipotesi di trasferire all’estero le scorte già accumulate, probabilmente in Russia. Sarebbe una concessione significativa, che andrebbe oltre il semplice congelamento tecnico del programma.

Ma l’amministrazione Trump – tornata a trattare con un approccio più assertivo – ha alzato l’asticella. Non solo limiti stringenti al nucleare, ma anche restrizioni sul programma missilistico e un taglio al sostegno finanziario ai gruppi dell’“Asse della Resistenza”, dalla regione levantina alla Penisola arabica. Una piattaforma negoziale ampia, che rende l’intesa molto più complessa del vecchio JCPOA del 2015.

La risposta iraniana non è stata solo diplomatica. Il “Teheran Times” ha rilanciato parole attribuite alla Guida Suprema Ali Khamenei: le portaerei americane, in caso di conflitto, “potrebbero essere affondate”. Non una metafora letteraria, ma un messaggio accompagnato da esercitazioni dei Pasdaran nei pressi dello Stretto di Hormuz. Il segnale è chiaro: trattiamo, ma non da posizione di debolezza.

Teheran divisa tra pragmatismo e dottrina

Dietro la postura pubblica si intravede una frattura interna. Da un lato i pragmatici, come il presidente Masoud Pezeshkian e lo stesso Araghchi, convinti che un alleggerimento delle sanzioni sia vitale per un’economia stremata. L’obiettivo è guadagnare tempo, evitare un conflitto diretto con Stati Uniti e Israele, ottenere un parziale respiro finanziario.

Dall’altro, l’ala più ideologica legata ai Pasdaran, incline a considerare il confronto con Washington non solo inevitabile ma identitario. Per questi ambienti, la deterrenza passa anche attraverso la retorica muscolare e la dimostrazione di forza nel Golfo Persico. Il risultato è una diplomazia ambigua: apertura nei salotti svizzeri, avvertimenti minacciosi sulle prime pagine di Teheran.

Le due settimane concesse da Vance coincidono, non casualmente, con il dispiegamento di assetti navali statunitensi nell’area. Secondo indiscrezioni del Pentagono, il gruppo d’attacco attorno alla portaerei USS George H. W. Bush dovrebbe integrarsi con altre unità già presenti nel Golfo. Il messaggio è simmetrico: mentre si negozia, si accumula potenza.

La diplomazia “stop and go” tra Washington e Teheran è dunque più di una formula giornalistica. È una strategia calcolata, in cui concessioni parziali e minacce calibrate si alternano per testare la resilienza dell’avversario. Ma quando le trattative avanzano sul metodo e arretrano sul merito, il rischio è che la finestra diplomatica si chiuda senza che nessuno lo dichiari apertamente. E allora, in quel vuoto, restano solo le flotte.

 

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli