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Teheran tratta sul nucleare ma rafforza i legami con Hamas e Houthi per mostrare il proprio peso regionale. Netanyahu spinge Washington verso l’opzione militare, mentre gli Usa preparano piani d’attacco. Nel Golfo la diplomazia procede insieme alle minacce.
Iran–Usa, il tavolo visibile e quello occulto: diplomazia armata nel Golfo
La crisi tra Washington e Teheran non si esaurisce nel dossier nucleare, benché sia quello il capitolo più mediatico. Dietro le dichiarazioni ufficiali si muove una trama più fitta: aperture prudenti, minacce calibrate, incontri laterali. Mentre l’amministrazione Trump valuta il rafforzamento del dispositivo navale nel Golfo con una seconda squadra, gli ayatollah moltiplicano i contatti regionali, consapevoli che – Israele a parte – nessuna capitale araba auspica una guerra su larga scala.
Il viaggio di Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti, interpretato da più osservatori come un tentativo di sondare il terreno per un possibile attacco contro l’Iran, si è sovrapposto a un’altra missione meno rumorosa ma non meno significativa. Ali Larijani, figura chiave del sistema di sicurezza di Teheran, ha fatto tappa prima a Doha e poi a Muscat. Ufficialmente, colloqui su relazioni bilaterali e sicurezza regionale. In realtà, un messaggio: l’Iran non è isolato e dispone ancora di canali di influenza.
A Doha, Larijani ha incontrato l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani. A Muscat, colloqui di diverse ore con il sultano Haitham bin Tariq e con il ministro degli Esteri omanita. Oman e Qatar, da anni, svolgono il ruolo di mediatori discreti tra Teheran e Washington. Non è un dettaglio: proprio a Muscat si è tenuto il 6 febbraio un nuovo round negoziale sul nucleare, descritto da entrambe le parti come un “buon inizio”. Lessico diplomatico che tradotto significa: nessuno vuole bruciare il tavolo, ma nessuno è disposto a fare concessioni gratuite.
L’asse della resistenza come carta negoziale
Il punto è che Trump non chiede solo limiti stringenti al programma atomico iraniano. Sul tavolo ci sono i missili balistici e, soprattutto, il sostegno iraniano a quella galassia di movimenti armati che Teheran definisce “Asse della resistenza”: dal Libano allo Yemen, passando per Siria e Iraq. È qui che la diplomazia parallela assume un significato più netto.
A Doha, Larijani ha incontrato esponenti di Hamas, organizzazione che Israele sta colpendo duramente a Gaza. Secondo fonti citate da centri di analisi regionali, si è discusso sia dei negoziati con Washington sia dell’evoluzione del conflitto nella Striscia. Il portavoce militare di Hamas ha ribadito la “solidarietà” all’Iran e il diritto di Teheran a rispondere a eventuali aggressioni. In parallelo, l’Agence France-Presse ha riferito di elezioni interne previste nel 2026, con figure come Khaled Meshaal e Khalil al-Hayya tra i possibili candidati alla guida politica. Segnale di riorganizzazione, non di dissoluzione.
Ancora più significativo l’incontro, avvenuto a Muscat, con Mohammed Abdul-Salam, portavoce del movimento yemenita Ansarullah, noto come Houthi. Gli Houthi hanno intensificato negli ultimi mesi le operazioni nel Mar Rosso, creando tensioni lungo la rotta che dal Golfo di Aden conduce al Canale di Suez. Un’area strategica per il commercio globale e per le flotte occidentali. Il messaggio emerso dal colloquio è stato esplicito: un attacco all’Iran non resterebbe confinato entro i suoi confini.
Teheran, insomma, mostra di poter contare su una rete di attori armati capaci di moltiplicare i fronti di crisi. Non è solo ideologia: è leva contrattuale. Ogni milizia alleata diventa una variabile nei calcoli di Washington.
Israele spinge, Washington esita
Se gli iraniani agitano il dossier regionale, Israele osserva con crescente inquietudine. Netanyahu ha cercato a Washington un impegno più netto verso l’opzione militare. Ma l’amministrazione statunitense appare divisa. Secondo indiscrezioni riportate da Reuters e rilanciate dalla stampa israeliana, il Pentagono starebbe preparando piani operativi che potrebbero protrarsi per settimane, includendo attacchi a strutture statali e di sicurezza iraniane. Prepararsi non significa decidere. Ma significa considerare l’ipotesi concreta.
La diplomazia procede a zig-zag. Da un lato, nuovi round negoziali e dichiarazioni concilianti. Dall’altro, movimenti navali, incontri con milizie armate, titoli di giornale che evocano campagne militari prolungate. È la politica estera del XXI secolo: negoziare con una mano, mostrare i muscoli con l’altra.
Fare previsioni è azzardato. Troppi attori, troppi interessi incrociati, troppe linee rosse tracciate e subito sbiadite. Una cosa però appare chiara: nel Golfo Persico la partita non si gioca solo nei laboratori nucleari, ma nei corridoi ovattati delle capitali regionali e nelle acque strategiche che collegano Asia, Medio Oriente ed Europa. E mentre i leader parlano di stabilità, ogni mossa sembra avvicinare un equilibrio sempre più instabile.

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