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Il memorandum franco-britannico sull’Ucraina non prepara la pace ma la rende impossibile. Annunciando truppe e basi, Londra e Parigi confermano i timori russi e bloccano ogni negoziato. L’Europa non ha un piano: solo la necessità di continuare la guerra e sperare che accada qualcosa nel frattempo. Ma cosa?
Il memorandum dei volenterosi e la guerra che non deve finire
Il memorandum firmato da Regno Unito e Francia sul possibile dispiegamento di forze militari in Ucraina, annunciato con solennità da Keir Starmer, viene presentato come un atto di responsabilità preventiva: truppe, hub logistici, depositi fortificati pronti a entrare in scena nel caso di un accordo di pace. Una formula che, a ben vedere, contiene una contraddizione insanabile. Prepararsi militarmente alla pace è un ossimoro che dice molto più di quanto vorrebbe.
L’elemento più interessante del documento non è ciò che promette, ma il modo in cui viene comunicato. Se Londra e Parigi avessero realmente intenzione di predisporre un dispositivo militare credibile, lo farebbero senza proclami, nel silenzio operativo che accompagna sempre le decisioni strategiche serie. Qui, al contrario, tutto è esibito, dichiarato, quasi teatralizzato. Il memorandum non serve a predisporre un intervento: serve a produrre un effetto politico immediato.
Annunciare la pace per rendere impossibile la tregua
Il messaggio, rivolto prima di tutto a Mosca, è fin troppo chiaro. Anche qualora le ostilità si fermassero, l’Europa sarebbe pronta a tornare sul terreno ucraino, a rifornire, addestrare, presidiare. In altre parole: nessuna pace sarà definitiva, nessun cessate il fuoco potrà essere considerato stabile. È esattamente questo scenario che la Russia indica da anni come ragione strutturale del conflitto: l’espansione militare occidentale ai propri confini, mascherata da cooperazione difensiva.
Il memorandum, dunque, non è una “prova di forza” nel senso classico, perché Francia e Regno Unito sanno benissimo di non avere la capacità militare per affrontare direttamente la Federazione Russa. È piuttosto una conferma narrativa: serve a rafforzare l’idea che qualsiasi accordo con l’Occidente sarebbe solo una pausa tattica, utile a riorganizzare uomini e mezzi in vista di una ripresa delle operazioni. Così facendo, Londra e Parigi contribuiscono attivamente a rendere impraticabile ogni ipotesi negoziale.
L’obiettivo non è vincere la guerra — eventualità fuori portata — ma impedirne la conclusione. Costringere la Russia a continuare fino a quando il costo umano, economico e territoriale non diventerà irreversibile. In questo senso, la retorica dei “volenterosi” è meno ambiziosa di quanto sembri e, proprio per questo, più cinica.
L’Europa senza piano e senza uscita
Dietro questa postura bellicosa non c’è una strategia coerente, ma una necessità strutturale. L’Europa ha progressivamente smantellato ogni autonomia energetica e industriale, legandosi a un modello economico che oggi non è più sostenibile senza una massiccia militarizzazione. Le risorse che le mancano — energetiche, minerarie, strategiche — si trovano in larga parte proprio in Russia. Ma anziché interrogarsi su questo paradosso, le classi dirigenti europee scelgono la fuga in avanti.
Se gli Stati Uniti possono ancora contare su risorse interne e su una posizione geografica relativamente protetta, l’Europa non ha questo margine. Senza una continua mobilitazione bellica, il continente si esporrebbe a una crisi economica di proporzioni storiche, una di quelle capaci di spazzare via interi assetti statali. La guerra diventa così un anestetico sociale: giustifica sacrifici, disciplina le popolazioni, rinvia il momento della resa dei conti.
Non è che a Bruxelles, Londra o Parigi esista un vero piano per “il dopo”. Il piano è continuare. Continuare a inviare segnali di ostilità, continuare a investire in strutture militari, continuare a raccontare che non esistono alternative.
Una strategia che equivale ad annodarsi lentamente un cappio al collo, stringendo il nodo con l’illusione che il tempo risolva ciò che la politica non è più in grado di affrontare.
Il memorandum dei volenterosi, allora, non è un passo verso la sicurezza europea, ma il certificato di una impotenza politica profonda. Un documento che parla di pace per garantire la guerra, che evoca stabilità per mascherare il vuoto strategico, e che rivela fino a che punto la borghesia europea sia ormai prigioniera di una sola, cupa convinzione: fermarsi sarebbe più pericoloso che andare avanti, anche quando la strada conduce apertamente al disastro.

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