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I dazi di Trump? Un regalo alla Cina: surplus record di Pechino

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La guerra dei dazi Usa non frena la Cina: nell’anno chiuso da poco Pechino ha registrato un surplus record e ora riorienta l’export verso nuovi mercati. Washington perde centralità, mentre la fabbrica del mondo rafforza peso economico e geopolitico, ignorando le sanzioni.

La guerra dei dazi che rafforza Pechino

C’era chi immaginava la Cina in difficoltà, schiacciata dal ritorno del protezionismo americano e dalla nuova stagione dei dazi voluta da Donald Trump. I numeri, però, raccontano un’altra storia. Nel pieno della rinnovata guerra commerciale con Washington, Pechino ha archiviato il 2025 con un surplus commerciale superiore al trilione di dollari, un dato che non solo smentisce le previsioni più diffuse, ma rovescia l’intera narrazione occidentale sull’efficacia delle sanzioni tariffarie.

Le esportazioni cinesi hanno continuato a crescere, superando ostacoli che avrebbero dovuto rallentarle. Il paradosso è evidente: mentre gli Stati Uniti alzano muri doganali, la cosiddetta “fabbrica del mondo” amplia il proprio raggio d’azione, trovando nuovi sbocchi e ridisegnando le geografie del commercio globale. Il mercato americano perde centralità, ma non abbastanza da frenare una macchina industriale che ha imparato a muoversi con sorprendente flessibilità.

La globalizzazione senza Washington

Il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti è stato netto, ma compensato da una crescita robusta in altre aree del pianeta. Sud-est asiatico, Unione Europea, America Latina e Africa sono diventati i nuovi terminali di una strategia che da tempo va oltre il semplice commercio. La Cina non vende soltanto merci: costruisce dipendenze, finanzia infrastrutture, concede prestiti, lega intere economie alla propria capacità produttiva.

La guerra commerciale americana ha finito per accelerare un processo già in atto. I produttori cinesi hanno diversificato mercati e catene di approvvigionamento, spesso spostando solo formalmente l’assemblaggio in Paesi terzi come Vietnam o Messico. La manifattura resta cinese, ma passa attraverso dogane diverse, aggirando dazi e barriere con una perizia che dovrebbe far riflettere chi continua a credere nell’efficacia taumaturgica del protezionismo.

Il contesto globale ha fatto il resto. La domanda internazionale, sostenuta anche dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie, è rimasta elevata. La persistente deflazione dei prezzi alla produzione in Cina ha reso i suoi prodotti particolarmente competitivi, rafforzando ulteriormente le esportazioni. Il risultato è un’economia che cresce più del previsto, nonostante il settore immobiliare in affanno e una fiducia dei consumatori tutt’altro che solida.

Il nodo irrisolto della domanda interna

Dietro il successo dell’export, però, si nasconde una fragilità strutturale. La distanza tra produzione ed economia domestica resta ampia, forse troppo. Un Paese che cresce trainato quasi esclusivamente dalle esportazioni finisce per comprimere i prezzi globali e alimentare tensioni commerciali, soprattutto con l’Europa. Non a caso, anche il Fondo monetario internazionale ha messo in guardia Pechino: un’economia delle dimensioni cinesi non può reggersi a lungo solo sulla domanda estera.

Le promesse di rafforzare i consumi interni sono rimaste timide. Qualche incentivo mirato, nulla che indichi un vero cambio di paradigma. Stimolare la domanda interna è costoso, ma soprattutto implica una scelta politica che l’attuale leadership sembra poco incline a fare. La linea che arriva da Xi Jinping punta piuttosto a un ritorno controllato all’ortodossia: più Stato, meno mercato, centralismo efficiente e ben vestito.

Nel 2026 replicare una crescita così sostenuta delle esportazioni sarà più difficile. È possibile. Ma nel breve periodo la Cina ha dimostrato di saper trasformare una guerra commerciale in un’opportunità strategica. Mentre Washington combatte il commercio globale, Pechino lo conquista pezzo dopo pezzo, con la pazienza di chi sa che il tempo, almeno per ora, gioca dalla sua parte.

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