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Sette Paesi europei difendono la Groenlandia senza nominare chi la minaccia: gli USA. Un documento pieno di princìpi e vuoto di coraggio politico. L’Unione arretra, invoca Washington e certifica la propria irrilevanza strategica.
Groenlandia, l’Europa balbetta mentre Washington avanza
C’è un’arte che l’Unione europea pratica con una costanza ammirevole: trasformare le crisi in esercizi di ambiguità. L’ultimo capolavoro arriva da Parigi, dove sette Paesi europei hanno provato a difendere la sovranità danese sulla Groenlandia senza urtare troppo la sensibilità americana. Un’impresa riuscita fin troppo bene: il risultato è un documento che dice tutto e il contrario di tutto, con il consueto tono felpato di chi vuole mostrarsi fermo restando inginocchiato.
La scena è istruttiva. Al tavolo siedono la premier danese Mette Frederiksen e due emissari di Trump, uno dei quali è Jared Kushner, cioè la diplomazia ridotta a faccenda di famiglia. Si accenna a qualche critica sul Venezuela, giusto per non sfigurare, mentre si chiede agli Stati Uniti di occuparsi della difesa dell’Ucraina.
Sulla Groenlandia, territorio europeo minacciato apertamente da Washington, solo allusioni educate. Il messaggio è chiaro: l’importante è non disturbare l’alleato, anche quando l’alleato flirta con l’annessione.
Sovranità dichiarata, subordinazione praticata
Il documento firmato da Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito viene presentato come una difesa netta dell’integrità territoriale danese. In effetti, i princìpi non mancano: sovranità, inviolabilità dei confini, autodeterminazione. Tutto molto corretto, sulla carta. Peccato che ogni frase sia calibrata per evitare qualsiasi riferimento diretto agli Stati Uniti. La Groenlandia “appartiene al suo popolo”, certo. Ma senza mai nominare chi, da mesi, la considera una pedina strategica da acquisire.
L’impressione è quella di una mano tesa mascherata da dichiarazione di principio. Nessun richiamo esplicito, nessuna linea rossa. La premier italiana, in particolare, si distingue per l’abilità nel gettare acqua sul fuoco, come se la sovranità europea fosse una questione di galateo diplomatico.
L’Artico come zona di deferenza
Il vero cuore del documento non è la Groenlandia, ma l’Artico. Qui i sette governi si affrettano a rincorrere la narrativa di Washington: l’Artico come “priorità assoluta” e “fronte critico” per la sicurezza transatlantica. Traduzione: spazio strategico in cui la presenza americana non solo è accettata, ma auspicata. Gli Stati Uniti vengono definiti “essenziali”, sia in quanto membri della NATO sia per il trattato bilaterale del 1951 con la Danimarca. Altro che difesa europea: si invoca una tutela esterna con zelo quasi commovente.
Non a caso, subito dopo, il ministro della Difesa danese annuncia un rafforzamento militare nell’Artico e chiede un incontro con Washington. Richiesta finora ignorata. La risposta americana arriva per interposta persona: la Casa Bianca parla apertamente di un accordo bilaterale con la Groenlandia, escludendo Danimarca ed Europa. Più chiaro di così.
Nel frattempo, Londra si affretta a rassicurare: Trump non è una minaccia, è un alleato affidabile. Un’affermazione che suona come una professione di fede più che come un’analisi politica.
L’Europa che non parla
Il silenzio della Commissione europea completa il quadro. Ursula von der Leyen trova il tempo di evocare una “transizione democratica” in Venezuela, ma evita accuratamente di commentare le mire americane su un territorio europeo. Prudenza? Opportunismo? O semplice istinto di sopravvivenza politica, nel tentativo di tenere insieme una maggioranza sempre più evanescente?
Il risultato è un’Unione che arretra mentre finge di avanzare. Ogni parola non detta, ogni eufemismo, ogni giustificazione pelosa scava nuove crepe. La partita decisiva non è fuori, ma dentro l’Europa: tra una destra radicale in ascesa e un blocco “democratico” incapace di decidere se esistere davvero o continuare a non vedere, non sentire e soprattutto non parlare. Finché dura.

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