Gaza seppellisce 112 corpi di due sole famiglie

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Dopo 986 giorni, Gaza seppellisce 112 corpi recuperati dalle macerie di un solo isolato di Al-Sabra, raso al suolo il 22 novembre 2023: 308 morti accertati, tra cui 44 bambini. Decine di famiglie attendono ancora di ritrovare i propri cari dispersi.

Gaza, 986 giorni per seppellire 112 corpi di un solo isolato

Il 22 novembre 2023 una serie di raid aerei israeliani cancellò in pochi minuti un intero isolato residenziale nel quartiere di Al-Sabra, a sud di Gaza City, abitato dalle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayna. Secondo la ricostruzione dei testimoni, l’attacco iniziò con colpi di drone contro diverse abitazioni, spingendo i residenti a cercare rifugio nell’edificio di Fathi Abu Sharia, leader della comunità, nella convinzione, rivelatasi tragicamente infondata, che restare uniti in un solo stabile offrisse maggiore protezione. Seguirono bombardamenti con armi ad alta capacità distruttiva che rasero al suolo l’intero isolato, seppellendo sotto le macerie oltre trecento persone. Secondo i dati della Protezione Civile palestinese, il bilancio finale della strage è di 308 morti, tra cui quarantaquattro bambini sotto i sedici anni, trentasette donne e più di dieci persone con disabilità.

Il recupero dei corpi è iniziato soltanto il 14 luglio 2026, quasi tre anni dopo il massacro, in condizioni operative estremamente difficili tra strutture pericolanti e zone rese instabili dal crollo. Le squadre della Protezione Civile hanno concluso le operazioni il primo agosto, riuscendo a recuperare 112 corpi e resti umani: un numero che lascia intendere, per differenza aritmetica quasi insopportabile da scrivere, che quasi duecento persone restano ancora disperse, in parte ancora sepolte sotto le macerie, in parte così gravemente frammentate dall’intensità delle esplosioni da rendere impossibile qualunque recupero identificabile.

Due giorni fa centinaia di palestinesi si sono radunati a Gaza City per il funerale collettivo di quei 112 resti: non una semplice cerimonia religiosa, ma un addio rinviato per 986 giorni, il tempo necessario perché lo Stato che ha causato quelle morti permettesse, o rendesse materialmente possibile, di andarle a recuperare.

Un massacro, due famiglie, e la matematica insopportabile di Gaza

C’è un dato che merita di essere isolato dal resto della cronaca, perché racconta più di qualunque bilancio complessivo: il funerale di ieri riguardava soltanto due famiglie, un solo isolato residenziale, un singolo episodio tra le centinaia che compongono il quadro complessivo del conflitto a Gaza. Trecentootto morti accertati per un raid, di cui appena 112 corpi recuperabili dopo tre anni di attesa: se si applica anche solo approssimativamente questa proporzione al numero complessivo delle vittime del conflitto, la cifra che ne risulta supera qualunque capacità umana di elaborazione emotiva collettiva, trasformandosi inevitabilmente in statistica — l’unico registro con cui l’opinione pubblica internazionale sembra ancora in grado di maneggiare la tragedia, dopo che l’orrore quotidiano ha eroso, giorno dopo giorno, la capacità di provare indignazione proporzionata ai fatti.

Un quartiere intero scompare sotto le macerie e ci vogliono 986 giorni anche solo per recuperarne un terzo dei corpi, la domanda che dovrebbe restare aperta non riguarda le percentuali di colpevolezza reciproca dei contendenti, ma la tenuta stessa di un sistema internazionale che ha permesso — e continua a permettere — che simili operazioni di recupero richiedano tre anni per essere anche solo autorizzate.

La Protezione Civile palestinese continua a cercare le persone ancora disperse ogni volta che l’accesso alle zone colpite e la disponibilità di attrezzature lo consentono: un’operazione che, a Gaza, non ha ancora una data di conclusione prevista, perché non è chiaro nemmeno quante altre famiglie stiano ancora aspettando, in questo momento, di poter finalmente riconoscere — o anche solo seppellire senza riconoscere — i propri morti.

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