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A Gaza il cessate il fuoco è una tregua amministrata: si muore meno, ma si vive tra macerie, fame e controllo armato. Nessuna ricostruzione, scuole in tende, ospedali senza macchinari. La pace promessa resta un rinvio permanente.
Gaza, laboratorio di una pace che non esiste
A Gaza il cessate il fuoco è diventato una formula liturgica: ripetuta, invocata, ma priva di effetti concreti. Da oltre tre mesi la Striscia vive in una sospensione che non è pace e non è più guerra dichiarata, ma una forma di amministrazione della sopravvivenza. Si muore meno, dicono. Ma si muore ancora. E soprattutto si continua a vivere come se il domani non fosse una possibilità reale, bensì una concessione provvisoria.
Gli Stati Uniti hanno annunciato l’avvio della “fase due” degli accordi: disarmo di Hamas, nuova governance, ricostruzione. Un lessico da sala conferenze che stride con l’odore di polvere, plastica bruciata e corpi che ancora affiora tra le macerie. Gli impegni della prima fase sono rimasti in larga parte sulla carta, e quelli della seconda sono avvolti in una nebbia diplomatica che sa di rinvio. Intanto, oltre 470 palestinesi sono stati uccisi e più di 1.300 feriti dall’inizio del cessate il fuoco. La tregua, a Gaza, è solo una pausa tra due allarmi.
Una geografia della paura
I droni non hanno mai smesso di sorvolare la Striscia. Il loro ronzio è il nuovo paesaggio sonoro, più stabile di qualunque accordo internazionale. A est corre la cosiddetta “linea gialla”, una frontiera mobile, segnata da blocchi di cemento e continuamente spostata verso l’interno. Chi si avvicina viene colpito. Chi resta indietro non è comunque al sicuro: bombardamenti e incursioni avvengono anche nelle zone formalmente “liberate”.
Più di 1,2 milioni di persone vivono in tende o rifugi di fortuna. Secondo Emergency, circa 800mila abitano in aree soggette ad allagamenti. Le piogge invernali trasformano i campi in lagune di fango, le tende si staccano dal terreno sabbioso, il vento le porta via come vele senza mare. Altri si rifugiano in edifici lesionati, che possono crollare o nascondere ordigni inesplosi. Il materiale edilizio resta bloccato perché considerato “dual use”: a Gaza persino un mattone è una potenziale minaccia militare.
Il cibo è tornato sui banchi dei mercati, ma non nei piatti di tutti. I prezzi sono proibitivi, il gas per cucinare costa cifre surreali, e centinaia di migliaia di persone dipendono dalle cucine comunitarie. Oltre 300mila bambini soffrono di malnutrizione. L’acqua potabile è scarsa, l’elettricità intermittente. Il diritto alla normalità è stato archiviato come un lusso incompatibile con la sicurezza regionale.
Sopravvivere non è ricostruire
L’economia locale è ridotta a un arcipelago di micro-sopravvivenze: bar improvvisati, riparatori in tenda, piccoli chioschi lungo strade dissestate. L’agricoltura è confinata a orti domestici, perché le terre fertili sono oltre la linea gialla. I pescatori non possono spingersi oltre i 500 metri dalla costa, sorvegliati dalle navi militari. Lavorare, a Gaza, è diventato un gesto simbolico.
Anche l’istruzione procede per inerzia morale. Più di 650mila minori hanno perso oltre due anni di scuola. Il 97 per cento degli edifici scolastici è stato distrutto o danneggiato. Le lezioni si tengono in tende, su tre turni, con pochi insegnanti e materiali minimi. Solo quattro università su diciotto hanno riaperto, in condizioni precarie. Studiare richiede ore di spostamenti e una connessione che spesso non esiste.
Sotto ogni passo si accumula il peso del disastro: oltre 60 milioni di tonnellate di detriti, circa 30 tonnellate per abitante. Sotto quelle macerie ci sono ordigni, resti umani, sostanze tossiche. Le strade principali sono state sgomberate, il resto resta una città sepolta. Mancano ruspe e bulldozer: anche questi, ovviamente, sono considerati pericolosi.
Gli ospedali funzionanti sono solo 18 su 36. Offrono cure di base, ma senza macchinari avanzati. Non esiste una risonanza magnetica operativa in tutta la Striscia. Migliaia di pazienti oncologici attendono un’evacuazione che non arriva.
Nel vuoto amministrativo, Hamas continua a esercitare un controllo visibile, mentre si parla di un futuro Comitato tecnocratico supervisionato da un “Consiglio di Pace” guidato da Donald Trump. A Gaza, la geopolitica promette governance, ma distribuisce solo attese. E la sopravvivenza, scambiata per stabilità, resta l’unico orizzonte consentito.

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