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Farage si dimette da deputato per Clacton proprio mentre un’indagine parlamentare lo incalza su 5 milioni di sterline non dichiarati e sui finanziamenti dell’ex socio George Cottrell, condannato per frode negli Usa. Starmer: “Immerso fino al collo nella corruzione”.
Farage, le dimissioni-lampo
C’è una costante nella carriera politica di Nigel Farage che meriterebbe di essere insegnata come caso di scuola di ingegneria della narrazione: ogni volta che le acque si fanno turbolente, l’uomo che ha inventato la Brexit trasforma la propria difesa personale in un evento mediatico nazionale. Il 7 luglio 2026 il leader di Reform UK ha annunciato le dimissioni immediate da deputato per il collegio di Clacton-on-Sea, provocando un’elezione suppletiva che ha definito, con il consueto repertorio da comizio, “popolo contro establishment”.
Peccato che la tempistica racconti una storia molto meno epica: l’annuncio arriva a ridosso di un’indagine della Commissione parlamentare sugli standard di condotta, aperta a metà maggio, su un regalo da cinque milioni di sterline mai dichiarato, ricevuto nel 2024 dal miliardario delle criptovalute anglo-thailandese Christopher Harborne.
Farage respinge ogni addebito con la consueta sicurezza: “non ho fatto nulla di sbagliato”, ripete davanti alle telecamere, paragonando i cinque milioni di sterline a una sorta di vincita alla lotteria personale. Ma la scelta di dimettersi proprio nel momento in cui l’organismo di controllo si preparava a interrogarlo appare, agli occhi di quasi tutto l’arco parlamentare britannico, molto meno un gesto di coraggio democratico e molto più una manovra dilatoria.
Il primo ministro uscente Keir Starmer non usa mezzi termini, parlando di una mossa disperata da parte di un politico “immerso fino al collo nella corruzione”. E il dettaglio più corrosivo per l’immagine di Farage è che, in caso di rielezione a Clacton, l’indagine disciplinare riprenderebbe comunque il suo corso: il tribuno del popolo, in altre parole, non sta sfuggendo a nulla, sta solo comprando tempo con la scenografia del voto popolare.
L’amico “Posh George” e il prezzo (letterale) della fedeltà
Se la vicenda Harborne rappresenta il fronte più visibile dello scandalo, quello meno raccontato riguarda un personaggio che il tabloid britannico conosce da anni con il soprannome di “Posh George”: George Cottrell, 32 anni, rampollo di una famiglia aristocratica con legami di sangue fino alla corte reale, condannato negli Stati Uniti nel 2017 per frode telematica dopo essere stato arrestato dall’Fbi a Chicago mentre viaggiava al fianco proprio di Farage. Cottrell aveva offerto, in un incontro con agenti federali dell’Irs sotto copertura fatti passare per narcotrafficanti, di riciclare milioni di dollari attraverso conti offshore: non denaro reale dei cartelli, dunque, ma una trappola investigativa in piena regola, conclusa comunque con un patteggiamento e otto mesi di detenzione.
Ciò che rende la vicenda politicamente indigesta non è il passato giudiziario di Cottrell in sé, quanto la sua persistente vicinanza a Farage anche dopo la condanna. Secondo l’inchiesta del Sunday Times, l’aristocratico avrebbe finanziato di tasca propria sicurezza, autisti, personale e persino l’alloggio del leader di Reform UK in una townhouse georgiana a due passi da Buckingham Palace, oltre ad aver retribuito tre collaboratori che gestivano i profili social del futuro deputato nell’anno precedente alla sua elezione — un dettaglio che Farage avrebbe dichiarato in modo parziale, limitandosi a segnalare un solo beneficio di circa 9.200 sterline per un viaggio in Belgio.
Il portavoce di Reform ha derubricato Cottrell a semplice “vecchio amico” privo di ruoli formali nel partito; resta però il fatto che proprio quell’amico, appena uscito dal carcere americano, ha continuato a finanziare in prima persona l’apparato comunicativo del suo protetto, mentre nel frattempo pubblicava un manuale sul riciclaggio di denaro rivolto — almeno formalmente — a magistrati e forze dell’ordine, un dettaglio che i critici di Farage non perdono occasione di citare con malcelata ironia.
Quanto alla natura esatta dei contenuti prodotti da quei social media manager, va detto con la dovuta cautela giornalistica che le fonti finora disponibili confermano il finanziamento e l’incarico, non una prova documentale univoca sulla natura specifica dei messaggi diffusi: un’area grigia che gli oppositori di Farage tendono a colmare con interpretazioni tranchant, ma che meriterebbe accertamenti ulteriori prima di trasformarsi in certezza giornalistica.
Ciò che invece resta un dato di fatto verificabile è la reazione di Farage di fronte allo scrutinio mediatico: minacce esplicite a Sky News, accuse di persecuzione ai danni della propria famiglia, e un partito, Reform UK, che pur restando primo nei sondaggi nazionali ha già perso tre elezioni suppletive consecutive, segnale che il consenso apparentemente inarrestabile potrebbe non essere così granitico come il suo leader vorrebbe far credere. La sceneggiata del “popolo contro l’establishment” resta, in fondo, l’unico copione che Farage sa recitare a memoria — indipendentemente da chi, di volta in volta, gli paga i costumi di scena.

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