Europa imbarazzante: incapace perfino di sanzionare Ben-Gvir

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L’UE non è riuscita a trovare l’unanimità nemmeno per sanzionare Itamar Ben-Gvir. Mentre Bruxelles denuncia violenze e colonizzazione nei territori occupati, i veti nazionali paralizzano ogni decisione. La politica estera europea resta un gigante senza muscoli e senza decoro.

L’Europa che minaccia tutti e non sanziona nessuno

Lunedì 15 giugno, in Lussemburgo, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno offerto l’ennesima dimostrazione di quanto la politica estera comunitaria sia ormai ostaggio delle proprie contraddizioni. Al termine del Consiglio Affari Esteri, l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha confermato che non esiste alcun consenso per imporre sanzioni a Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu e uno degli esponenti più radicali dell’esecutivo israeliano. La proposta – già di per se simbolica e assolutamente insufficiente nel quadro generale d’impunità per Tel aviv – era sostenuta da numerosi Stati membri, ma il requisito dell’unanimità ha trasformato ancora una volta l’Unione in un organismo capace di produrre comunicati, non decisioni.

La vicenda è particolarmente significativa perché non riguarda misure economiche devastanti, embarghi energetici o la sospensione di accordi strategici. Si parlava di sanzioni individuali contro un singolo ministro che negli ultimi mesi è diventato il simbolo politico dell’espansione coloniale in Cisgiordania, delle provocazioni contro i palestinesi e di una retorica che molti governi europei dichiarano pubblicamente di considerare incompatibile con il diritto internazionale. Eppure nemmeno su questo si è trovata un’intesa.

L’occasione immediata è stata l’indignazione suscitata da un video diffuso dallo stesso Ben-Gvir, nel quale il ministro israeliano scherniva alcuni attivisti della flottiglia umanitaria diretta a Gaza dopo il loro fermo da parte delle autorità israeliane. Francia, Italia e altri Paesi avevano chiesto una risposta politica. Parigi ha già vietato l’ingresso sul proprio territorio a Ben-Gvir, mentre in Italia la magistratura ha aperto accertamenti su alcune attività economiche legate agli insediamenti. A Bruxelles, invece, il risultato finale è stato il nulla.

Il gigante normativo che non riesce a muoversi

La questione supera la figura di Ben-Gvir. Il vero problema è che l’Unione Europea continua a presentarsi come una potenza geopolitica senza possedere gli strumenti politici necessari per agire come tale.

Negli ultimi anni Bruxelles ha approvato con rapidità e durezza sedici, diciassette, diciotto pacchetti di sanzioni contro la Russia, ha costruito complessi sistemi di restrizioni commerciali, ha congelato patrimoni e coordinato misure finanziarie di portata storica. Quando però si tratta di Israele, ogni decisione si arena nelle divisioni interne tra governi.

Il paradosso è evidente. Da mesi numerosi governi europei denunciano la crescita della violenza dei coloni in Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti e il deterioramento della situazione umanitaria a Gaza. Lo stesso Consiglio europeo ha già approvato sanzioni contro coloni estremisti e organizzazioni coinvolte nelle violenze nei territori occupati. Sempre misure simboliche, del tutto insufifcienti, ma comunque un piccolo passo avanti. Tuttavia il passaggio successivo, quello che toccherebbe figure politiche di primo piano, continua a essere considerato impraticabile.

La debolezza non è soltanto diplomatica. È istituzionale. Ogni Stato membro continua a utilizzare il diritto di veto come strumento di politica nazionale, rendendo impossibile la costruzione di una linea comune. Non è un caso che negli stessi giorni si discuta apertamente di una riforma del Servizio europeo per l’azione esterna e persino di una riduzione dei poteri dell’apparato guidato da Kaja Kallas.

Il risultato è che l’Unione è sempre più severa nelle dichiarazioni e sempre meno credibile nelle azioni. Il ruggito del topo.

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