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Smotrich annuncia un piano per “incoraggiare” la migrazione palestinese e rafforzare gli insediamenti in Cisgiordania. Registrazioni fondiarie semplificate per i coloni, ostacoli per i palestinesi. Onu e Ue protestano. La sovranità passa dalla burocrazia.
La Cisgiordania riscritta a tavolino
Quando un ministro delle Finanze parla di “incoraggiare la migrazione” di un’intera popolazione, non sta illustrando un piano fiscale. Sta ridefinendo una geografia umana. Bezalel Smotrich, leader del Partito del Sionismo Religioso, lo ha fatto intervenendo a una conferenza dal titolo inequivocabile: rafforzare la presenza ebraica in Giudea e Samaria, denominazione biblica della Cisgiordania. Il lessico è ideologico, ma gli strumenti annunciati sono amministrativi: registrazioni fondiarie, nuove comunità, “piano insediamenti 2030”. Traduzione non ufficiale: espulsioni rese presentabili.
Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, tra cui Haaretz, Smotrich ha illustrato un programma che prevede la fondazione di decine di nuovi insediamenti e la promozione di fattorie nelle aree occupate. Dall’attacco del 7 ottobre, diverse comunità palestinesi – soprattutto di pastori – hanno lasciato le proprie case in seguito a pressioni e intimidazioni di coloni. In numerosi casi documentati, gruppi di civili israeliani, talvolta in uniforme, hanno minacciato i residenti; esercito e polizia erano informati, ma non sono intervenuti per fermare la dinamica.
È la pedagogia dell’esaurimento: rendere la permanenza impossibile, così che la partenza sembri volontaria.
La burocrazia come arma geopolitica
La svolta politica più significativa è arrivata con la decisione governativa di modificare una prassi in vigore dalla guerra dei Sei giorni del 1967. L’Area C della Cisgiordania – sotto pieno controllo israeliano – diventa oggi terreno di registrazione semplificata per cittadini ebrei. Per i palestinesi, al contrario, si preannuncia una corsa a ostacoli documentale: certificati di proprietà che risalgono a epoche ottomane o mandate britannico, spesso inesistenti o irrecuperabili.
La proprietà si trasforma così in un enigma archivistico. Chi non può dimostrare il diritto, lo perde.
L’annuncio è stato sostenuto da una triade ministeriale composta da Yariv Levin (Giustizia), Israel Katz (Difesa) e dallo stesso Smotrich. Quest’ultimo, citato dal Jerusalem Post, ha dichiarato l’obiettivo di “cancellare gli Accordi di Oslo” e “distruggere l’idea di uno Stato arabo terrorista”. Parole che non sembrano preludere a una soluzione negoziata, ma a una ridefinizione unilaterale della sovranità.
L’Area A resta formalmente sotto amministrazione palestinese, l’Area B a gestione mista. Ma l’espansione amministrativa nell’Area C altera l’equilibrio complessivo. Non serve un carro armato se basta una visura catastale.
Reazioni globali e calcoli elettorali
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito su richiesta britannica per discutere l’ulteriore rafforzamento del controllo israeliano in Cisgiordania. Alla sessione hanno partecipato ministri degli Esteri di diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Pakistan, Indonesia, Egitto, Bahrein e Giordania. L’Unione Europea, tramite il portavoce per gli Affari esteri Anouar El Anouni, ha definito la registrazione unilaterale dei terreni “illegale” e parte di una nuova escalation.
Anche Turchia, Qatar ed Egitto hanno espresso proteste. Secondo indiscrezioni, vi sarebbe disagio persino in ambienti dell’amministrazione statunitense. Ma le dichiarazioni diplomatiche, si sa, raramente fermano un escavatore.
Benjamin Netanyahu, alle prese con guerre, tensioni interne e procedimenti giudiziari, sa che l’elettorato più radicale pesa. Il progetto di un “Grande Israele” può funzionare come collante identitario e come distrazione strategica. In questo schema, Smotrich non è una comparsa: è l’avanguardia ideologica.
Quando l’espansione territoriale viene presentata come atto di autodifesa e la pressione su una popolazione civile come incentivo alla mobilità, il linguaggio politico diventa un esercizio di eufemismo.
La prospettiva delineata da esponenti del governo include anche l’estensione della presenza ebraica a Gaza e il ritorno a un regime militare nella Striscia. Altro che “processo di pace”. Piuttosto, un processo di sovranità senza reciprocità.
Il conflitto israelo-palestinese non si gioca soltanto sulle linee di confine, ma nei regolamenti edilizi, negli uffici catastali, nei decreti ministeriali. È una guerra a bassa intensità amministrativa, dove il timbro può sostituire la forza.
E se la storia insegna qualcosa, è che le mappe ridisegnate senza consenso raramente producono stabilità. Producono, semmai, altre mappe da ridisegnare.

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