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Infiltrazione armata dalla Florida e nuove restrizioni energetiche riaccendono lo scontro Usa-Cuba. L’Avana denuncia terrorismo e strangolamento economico. Tra embargo e guerra psicologica, la sicurezza diventa pretesto geopolitico.
Non è cronaca nera, è geopolitica armata.
Quando un’imbarcazione partita dalla Florida prova a entrare a Cuba con fucili d’assalto, visori notturni e cocktail Molotov, non siamo davanti a un’avventura da film di serie B, ma all’ennesimo capitolo di una storia lunga sessant’anni.
Il 26 febbraio le autorità dell’Avana hanno denunciato un tentativo di infiltrazione con finalità terroristiche. Dieci persone a bordo, armamento pesante, simboli di organizzazioni controrivoluzionarie. Il viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío ha dichiarato che Washington è stata informata fin dall’inizio, insieme alla Guardia Costiera statunitense, e che è stata aperta un’indagine formale. Due dei presunti partecipanti figuravano già nella lista cubana di soggetti ricercati per terrorismo, trasmessa agli Stati Uniti nel 2023 e nel 2025. Risposte, a quanto riferisce L’Avana, non pervenute.
Basterebbe questo per sollevare interrogativi seri sulla coerenza della “guerra globale al terrorismo”. Ma il punto è più ampio.
Terrorismo selettivo e memoria corta
Cuba sostiene che l’episodio non sia isolato. E la memoria storica offre argomenti. Dall’attacco del 1963 contro la fabbrica Patricio Lumumba a Pinar del Río al sequestro di pescherecci cubani nel 1964, fino all’assalto del 1971 contro Boca de Samá e alle infiltrazioni armate degli anni Novanta e Duemila, l’isola denuncia una lunga sequenza di azioni ostili provenienti o organizzate da gruppi con base negli Stati Uniti.
Non si tratta solo di retorica rivoluzionaria. Il contenzioso tra Washington e L’Avana ha avuto nel tempo una dimensione apertamente violenta, oltre a quella diplomatica ed economica. Eppure, quando il bersaglio non è un alleato strategico degli Stati Uniti, l’indignazione internazionale tende a raffreddarsi.
Cuba ricorda di aderire a 19 convenzioni internazionali contro il terrorismo e di non ospitare né finanziare gruppi armati. Inoltre, si dice disponibile a cooperare con Washington su dossier come narcotraffico, riciclaggio, cybersicurezza e tratta di esseri umani. Una proposta che, se presa sul serio, smonterebbe la narrativa secondo cui L’Avana rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza statunitense.
Embargo energetico e guerra psicologica
L’ultimo episodio si inserisce in un contesto di pressione economica crescente. L’amministrazione Trump ha adottato misure volte a ostacolare le forniture petrolifere verso Cuba, introducendo tariffe coercitive contro Paesi che vendano o facilitino la vendita di greggio all’isola. L’obiettivo dichiarato è la sicurezza; quello implicito, secondo molti osservatori, è accentuare le difficoltà economiche interne per spingere verso un cambio di regime.
Ridurre l’accesso all’energia significa moltiplicare blackout, rallentare trasporti e produzione, aggravare la scarsità. Poi, in un secondo momento, si attribuiscono le conseguenze esclusivamente all’inefficienza del modello socialista. È una dinamica nota: prima si stringe il cappio, poi si accusa la vittima di non respirare bene.
A questa pressione materiale si affianca una dimensione comunicativa sempre più sofisticata. Sui social e nei circuiti digitali proliferano messaggi annessionisti o apertamente favorevoli alla resa, in quella che molti a Cuba definiscono una strategia di “ciberannessionismo”. L’idea è semplice: trasformare la frustrazione sociale in consenso per la capitolazione, presentando la sovranità come ostacolo e non come diritto.
La definizione di Cuba come “minaccia inusuale e straordinaria” per gli Stati Uniti – formula ancora in vigore in ambito sanzionatorio – suona quantomeno paradossale. Un Paese insulare, sottoposto da decenni a embargo, viene dipinto come pericolo esistenziale per la principale potenza militare globale.
Se la sicurezza è davvero il criterio, la proporzione appare discutibile. Se invece il nodo è l’intollerabilità di un’esperienza politica indipendente a poche miglia dalla Florida, il quadro diventa più coerente.
Ciò non significa sospendere il giudizio critico sulle scelte interne del governo cubano. Ma una cosa è il dissenso politico, altra è tollerare infiltrazioni armate e strangolamento economico come strumenti legittimi di pressione. Esiste una soglia tra conflitto politico e sabotaggio sistematico. Superarla normalizza pratiche che altrove verrebbero condannate senza esitazioni.
L’ultimo tentativo di infiltrazione, quindi, non è un dettaglio di cronaca. È un segnale politico. E ogni volta che il terrorismo viene relativizzato perché funzionale a un obiettivo geopolitico, il principio di autodeterminazione dei popoli si assottiglia un po’ di più. Oggi tocca a Cuba. Domani, a chi sarà utile colpire.

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