Congo, il paese che brucia su due fronti: Ebola e guerra

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Nell’est del Congo l’epidemia di Ebola avanza senza vaccini disponibili: oltre 900 casi, 220 morti. Ospedali bruciati, corpi contesi alla polizia. E a Kisangani, lontano dal fronte, droni colpiscono l’aeroporto per la quarta volta.

Congo, emergenza doppia: Ebola senza vaccino e droni sugli aeroporti, mentre il mondo guarda altrove

Ci sono paesi che sembrano condannati a sopportare simultaneamente tutto quello che il mondo riesce a produrre di peggio. La Repubblica Democratica del Congo è uno di questi — e queste settimane ne offrono l’ennesima dimostrazione: un’epidemia di Ebola che avanza senza vaccini disponibili e una guerra che colpisce ora anche le infrastrutture civili lontane dal fronte orientale, con attacchi all’aeroporto di Kisangani che segnano un’escalation difficile da ignorare.

Il 21 maggio l’OMS ha comunicato almeno 139 morti sospette per Ebola nella provincia dell’Ituri, avvertendo che il bilancio è destinato a peggiorare nelle settimane successive. Il dato complessivo dell’epidemia supera già i 900 casi sospetti e 220 morti accertate, con una particolarità che rende la situazione strutturalmente diversa dai precedenti focolai: il ceppo in circolazione è il Bundibugyo, per il quale nessuno dei due vaccini candidati esistenti ha ancora completato le sperimentazioni cliniche.

In assenza di uno strumento immunologico validato, la risposta sanitaria si affida esclusivamente alle misure di contenimento tradizionali — isolamento, tracciamento dei contatti, sepolture sicure — in un territorio dove la fiducia nelle istituzioni è praticamente inesistente e la logistica è compromessa da anni di conflitto armato.

Corpi contesi e ospedali bruciati: quando la sfiducia diventa emergenza nell’emergenza

A Mongwalu, nell’est del paese, la domenica di Pentecoste si è conclusa con la polizia che sparava colpi di avvertimento in aria per disperdere una folla che tentava di impossessarsi dei corpi di due pazienti morti in un centro di trattamento Ebola. La notte precedente, tra venerdì e sabato, una tenda di isolamento nello stesso compound ospedaliero era stata incendiata. Non si tratta di episodi isolati: sono il segnale di una frattura profonda tra le comunità colpite e il sistema sanitario internazionale, che impone protocolli — sepolture sigillate condotte da volontari della Croce Rossa sotto scorta armata — percepiti come una violazione dei rituali funebri tradizionali e, più in generale, come l’ennesima imposizione esterna su popolazioni che di imposizioni esterne hanno una memoria plurisecolare e tutte le ragioni per diffidarne.

Il piano di risposta concordato tra RDC, Uganda e Sud Sudan ammonta a 319 milioni di dollari. Al momento ne è stato garantito il 10%. Il resto è una promessa.

Droni su Kisangani: la guerra si allarga verso ovest

A oltre mille chilometri dal fronte orientale, domenica pomeriggio alle 17:30 locali, almeno nove esplosioni hanno colpito l’aeroporto Bangboka di Kisangani, nella provincia di Tshopo. Nessuna vittima accertata, due voli cancellati, danni in corso di valutazione. Le autorità indicano attacchi con droni, per la quarta volta sullo stesso obiettivo.

L’aeroporto di Kisangani è un nodo logistico civile e militare cruciale, la cui ripetuta messa sotto attacco segnala che il conflitto — formalmente concentrato nel Nord Kivu e nel Minembwe contro le forze AFC/M23, sostenute dal Ruanda secondo le accuse di Kinshasa — si sta estendendo geograficamente in forme nuove e più difficili da contenere.

Il gruppo di contatto internazionale per la regione dei Grandi Laghi — che include Belgio, Francia, Stati Uniti e Unione Europea — ha condannato venerdì scorso l’uso crescente di droni e l’aumento delle vittime civili nell’est del Congo. Una condanna che vale quanto valgono tutte le condanne internazionali pronunciate sul Congo negli ultimi trent’anni: pochissimo, e con conseguenze pratiche prossime allo zero, mentre il piano da 319 milioni di dollari per l’Ebola resta finanziato al 10% e gli ospedali bruciano.

L’OMS ha classificato l’epidemia come emergenza sanitaria internazionale, specificando che il rischio di diffusione oltre i confini rimane basso. Una distinzione tecnica che serve a non innescare allarmismi globali, ma che non cambia la condizione di chi vive nell’Ituri con un ceppo virale senza vaccino, forze armate che bombardano aeroporti e comunità che incendiano gli ospedali perché non hanno più altro modo di esprimere quello che provano.

 

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