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martedì 17 Maggio 2022
NewsIl tabù italiano dei codici identificativi per le forze dell’ordine

Il tabù italiano dei codici identificativi per le forze dell’ordine

In Europa quasi tutte le forze dell’ordine hanno un codice identificativo, non l’Italia, che insieme a solo altri quattro paesi continua a non obbligare i propri agenti a farsi identificare.

I codici identificativi per le forze dell’ordine

Da tanti anni che se ne parla, troppi. Eppure c’è stata Genova, vent’anni fa, “la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la Seconda guerra mondiale”, come la definì Amnesty International.

C’è stata anche una risoluzione del Parlamento europeo, datata 12 dicembre 2012, che esortava gli Stati membri a garantire che il personale di polizia portasse un numero identificativo.

Nel 2016 anche il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite si è espresso a proposito di manifestazioni e della loro gestione da parte dello stato. Il Relatore speciale per il diritto alla libertà di assemblea pacifica e di associazione, Maina Kiai, insieme al Relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, Christof Heyns, hanno raccomandato infatti che «i funzionari delle forze di polizia siano chiaramente e individualmente identificabili, ad esempio esponendo una targhetta col nome o con un numero».

In Europa quasi tutte le forze dell’ordine hanno un codice identificativo per scoraggiare soprusi e identificare i colpevoli in caso di violazione delle norme. Non in Italia, che insieme a solo altri quattro paesi continua a non obbligare i propri agenti a farsi riconoscere.

In Parlamento ci sono tuttora due proposte di legge, ferme in Commissione Affari costituzionali della Camera, che intendono introdurre i codici identificativi per il personale delle forze di polizia impegnato in servizio di ordine pubblico. Nonostante tutto ciò, l’argomento resta tabù.

I recenti episodi delle manifestazioni degli studenti in varie citta d’Italia per chiedere giustizia per Lorenzo Parelli, il 18enne morti in fabbrica durante uno stage, finiti con le cariche e le manganellate degli agenti sui ragazzini, dovrebbero essere l’occasione per riaprire una discussione sul tema, che invece la politica rifugge.

Sull’argomento è intervenuto Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana:

“I codici identificativi per le forze dell’ordine rappresentano la maturità e il progresso di un Paese democratico.

Una norma fondamentale per lo Stato di diritto, che non può tollerare alcuna forma di violazione dei diritti o sopraffazione nell’esercizio della forza pubblica.

Una norma che tutela cittadini e lavoratori delle forze dell’ordine, intervenendo preventivamente e permettendo di attribuire le dovute responsabilità a chi infanga e abusa dei poteri di cui è investito.

Per questo non mi sorprende che oltre 150mila persone abbiano aderito alla campagna di Amnesty International – Italia per chiederne l’introduzione.

Credo sia inutile nascondersi di fronte alla realtà. Il Paese è pronto e chiede di essere ascoltato.

Negli anni abbiamo più volte presentato una proposta di legge per introdurre i codici identificativi per le forze dell’ordine. Con Luigi Manconi abbiamo cercato in tutti i modi di farla calendarizzare nel dibattito parlamentare.
Ma la proposta è ancora lì, depositata e in attesa di essere discussa.

La politica si dimostri all’altezza e faccia la cosa giusta. Discutiamo e approviamo questa norma di civiltà.”

 

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