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Nel dibattito politico italiano si continua a indicare il sovranismo come una minaccia alla pace, ultimo esempio Bersani nelle sue comparsate a LA7, mentre il sostegno al riarmo europeo e alle strategie atlantiche viene normalizzato. Intanto le questioni sociali arretrano e la politica estera diventa il vero spartiacque del consenso.
Quos vult Iupiter perdere, dementat prius
– Fausto Anderlini*
L’altro giorno ho visto un video dove Bersani imperversava contro Vannacci e i “sovranisti”. Non so neanche in quale trasmissione, se dalla Gruber, da Floris o da Formigli, comunque su La7, dove è di casa ormai da anni e con una frequenza da pigionante.
Ivi ha richiamato l’art. 11 della Costituzione (pezzo forte dei pacifisti, quello in cui l’Italia ripudia la guerra), portandolo ad esempio, nella sua libera interpretazione, di una idea di sovranità “condivisa” (sic!), così espansa da risultare onnilaterale. Interpretazione dilagante che estrapola dal dettato le condizioni restrittive con cui la Costituzione consente le limitazioni di sovranità. Ovvero in via eccezionale e solo con riferimento a organizzazioni rivolte alla pace, come l’ONU, nonché in condizioni di assoluta parità interstatale.
Finita l’esegesi, si è quindi lanciato in un’accusa ai sovranisti come Vannacci, i quali col loro nazionalismo starebbero portandoci in guerra. Ci si rende conto? Nel pieno delle guerre euro-atlantiche attizzate o coperte dall’amministrazione democratica USA, recepite ad abundantiam da Trump, seppure con distinguo rilevanti (NATO e Ucraina), Bersani ci ragguaglia sui pericoli insiti nel “sovranismo“!
Sono anni che aspettiamo d’essere rinfrancati dall’amabile piacentino. “Dicci qualcosa, non dico di sinistra, tema sul quale tutti sappiamo quanto sia preparato, ma di diverso dal mainstream, che si avvicini almeno un poco a quel che ad esempio dice Bettini (al prezzo di subire la gogna come un appestato)…”. Invece no, sempre glissa, perfino rinculando da quel che perorava quattro anni or sono, quando, pur appoggiando l’Ucraina, poneva un limite difensivo allo stato di guerra. Distinguo retorico, ma almeno un distinguino.
Antifascismo e cause civilmente corrette (per somma gioia di Vannacci che si vede la tavola imbandita), perorazioni sociali a iosa. Quando è evidente anche a un cieco che la politica bellica di riarmo non concede alcuno spazio a una politica sociale.
Solo il centro dell’impero, grazie al plusvalore che estrae col dominio militare e monetario, può permettersi la guerra e la redistribuzione (lo fece Johnson mentre radeva al suolo il Vietnam, e l’ha fatto anche Biden mentre apriva le ostilità in Ucraina e Palestina), non certo una provincia in crisi come l’Italia.
Senza una revisione radicale della politica estera ogni discorso redistributivo e di sviluppo è fuffa. Molto meglio marcare la fuffa ideologica antifascista sperando che la base abbocchi.
Con questa impostazione il campo largo non ha futuro. Scavalcato sulla trincea bellica dall’opportunismo, tutt’altro che irragionevole, della Meloni, con aggiunta la scialuppa (meglio, un’ernia uscita dalla fistola) di Vannacci nel recupero del dissenso, per lui non c’è speranza.
Non saranno certo i balbettii sulla patrimoniale o le intemerate antifasciste o altri strali critici a riabilitarlo. Molti elettori restano convinti (con una qualche ragione) che il PD, una volta al governo, sarebbe ancor meno raccomandabile.
Come ha scritto saggiamente Michele Prospero, la Meloni è ben consapevole che la sconfitta al referendum aveva un nome che con le carriere dei giudici c’entra un’acca: le guerre in Palestina e nel Golfo. Ma una volta chiuse, in un modo o nell’altro, la Meloni andrà all’incasso popolare grazie al suo rifiuto di accodarsi alla pattuglia scriteriata e avventurosa dei “volenterosi”.
Tutto ciò che conta per l’elettorato è la risposta (l’answer) all’interrogativo cruciale: chi terrà l’Italia più lontana dalla guerra contro la Russia?
La funzione di Bersani sembra invece rispondere a un’altra domanda: come dare una sponda alla “volontà di credere” di una parte ideologicamente orfana dell’elettorato di centrosinistra.
Al netto del mondo woke, dei ceti borghesi urbani e degli epistocrati euro-burocratici (le costituenti ormai centrali nel blocco centrosinistra). Ovvero come tenere legati al carro del mainstream quella brava gente (come la chiama Canfora) che si è sempre riconosciuta nella sinistra storica.
E che proprio per questo inscalfibile “unitarismo”, indubbio quarto di nobiltà vivente il PCI, è disposta ad autoilludersi di ogni cosa pur di non cadere nell’anomia della discontinuità o nella frammentarietà della diaspora.
Che la Schlein sia Teresa Noce e Mattarella il nuovo Pertini, così come in passato si era bevuta la bufala che Renzi fosse l’incarnazione del togliattiano “partito della nazione”.
La metaforologia esopica di Bersani e la sua empatia umano-sociale di solido riformista di governo offrono a questo pubblico lo storytelling necessario, ammantato di quel buon senso e quella concretezza che difettavano negli ardimenti poetici di Vendola. Fra i primi, quest’ultimo, a capire l’importanza della narrazione nella definizione del feeling militante.
Nulla di personale contro la narrazione. Fa parte del bagaglio professionale di ogni buon politico. Narrazione e rappresentazione vanno di pari passo. Ma se diventa un modo per eludere l’asperità delle domande concrete poste dalla storia, siamo nel regno delle storielle.

– Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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