Armi contro diritti: Merz e il nuovo made in Germany

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Merz rilancia l’export di armi verso il Golfo in cambio di energia e contratti miliardari. Dietro la retorica sulla sicurezza globale, Berlino usa il riarmo per salvare la propria economia in crisi, rompendo l’unità europea.

Il commercio delle guerre: Merz e la nuova diplomazia del cannone

C’è un’immagine che sintetizza meglio di ogni altra la nuova politica estera tedesca: il Cancelliere Friedrich Merz che attraversa i palazzi dorati del Golfo Persico non come mediatore, ma come rappresentante commerciale. Non vende automobili o turbine, bensì sistemi d’arma e tecnologie di difesa avanzate. E lo fa senza più il peso di quelle cautele “etiche” che fino a ieri bloccavano le esportazioni verso regimi accusati di violazioni sistematiche dei diritti umani.

La svolta è chiara: Berlino riapre il rubinetto dell’export militare verso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, in cambio di contratti colossali nei settori energetici, infrastrutturali e industriali. Un baratto geopolitico che avviene fuori da qualsiasi cornice europea. L’Unione resta a guardare, mentre la Germania corre in solitaria a difendere il proprio modello economico in affanno.

Merz, che in patria si presenta come il più rigoroso interprete della linea dura contro Mosca e come fustigatore di ogni ipotesi negoziale sul conflitto ucraino, all’estero dimostra un pragmatismo assai più elastico. Quando si tratta di salvare i conti della locomotiva tedesca, i diritti umani diventano una nota a piè di pagina.

Riarmo, crisi industriale e illusioni di crescita

La Germania arriva a questa scelta con le spalle al muro. L’economia che per decenni ha trainato l’Europa oggi arranca. La transizione ecologica – giusta negli obiettivi ma affrettata nei tempi – ha messo in difficoltà interi comparti, dall’automotive alla manifattura pesante. A questo si sono sommati pandemia, rottura delle catene globali di fornitura, inflazione e l’aumento vertiginoso dei costi energetici dopo le sanzioni alla Russia.

Il riarmo massiccio, finanziato con la forzatura del “freno al debito” costituzionale, è diventato così una strategia di riconversione industriale mascherata da risposta alla minaccia esterna. Non solo difesa, ma politica economica. La guerra, in questa prospettiva, diventa una promessa di crescita: ordini pubblici, commesse estere, occupazione salvata nei settori strategici.

Handelsblatt ha raccontato senza infingimenti questo disegno: prima ancora di partire per il Golfo, Merz aveva annunciato una “cooperazione più stretta in materia di armamenti” con le monarchie della regione. Una mossa preventiva per disinnescare le critiche, soprattutto alla luce dei precedenti: Berlino aveva congelato le vendite dopo l’omicidio del giornalista saudita nel consolato di Istanbul. Ma, come insegna Dante, la fame di affari finisce per pesare più del dolore.

Le dichiarazioni ufficiali parlano di “partner affidabili” e di controlli caso per caso. La sostanza, però, è un’altra: se un Paese è utile agli interessi tedeschi, il suo profilo democratico diventa negoziabile. I princìpi valgono per i nemici; per gli alleati si interpretano.

Una Germania sola, tra Europa e dipendenze globali

La tournée di Merz non inquieta solo Bruxelles, ma anche Washington. Secondo diversi analisti, questa corsa in avanti della Germania evidenzia la frammentazione strategica dell’Unione Europea. Berlino si muove come un attore autonomo, quasi in concorrenza con i partner, pur di assicurarsi sbocchi per il proprio export e fonti energetiche alternative.

Dopo aver perso il gas russo a basso costo, la Germania è diventata fortemente dipendente dal GNL statunitense, che copre ormai una quota significativa dei consumi nazionali. Ma i rapporti tesi con la Casa Bianca rendono questa dipendenza politicamente fragile. Da qui l’urgenza di diversificare ancora, guardando al Golfo.

Il paradosso è che Berlino, mentre proclama una politica estera muscolare, resta strutturalmente dipendente da altri. Dalla Cina arrivano la quasi totalità dei pannelli fotovoltaici e la maggior parte dei magneti permanenti per turbine e veicoli elettrici. Senza Pechino, la transizione verde tedesca semplicemente si fermerebbe.

Daltronde le monarchie del Golfo non sono solo clienti, ma investitori in grandi gruppi tedeschi, da Volkswagen a Deutsche Bank. Gli affari, dunque, sono un circuito chiuso: energia, armi, capitali. E la Germania, quando fiuta un accordo, arriva sempre per prima, anche a costo di sacrificare l’idea di un’Europa unita.

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Sira Beker
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