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America, prove tecniche di guerra civile: quando lo Stato punta le armi contro se stesso

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L’uccisione di Renee Nicole Good da parte dell’ICE segna una frattura storica: Stati e città contro il potere federale. Minneapolis diventa il simbolo di una sicurezza trasformata in occupazione armata e strategia del caos, con la decisione storica del governatore del Minnesota, Tim Walz, che schiera la Guardia Nazionale del suo Stato per arginare le azioni violente dell’ente federale antimigranti.

Quando lo Stato spara: Minneapolis e la deriva autoritaria americana

Negli Stati Uniti del secondo trumpismo la linea di confine tra autorità federale e abuso sistematico della forza non è più una questione giuridica: è diventata un fatto materiale, armato, visibile. Minneapolis, ancora una volta, è il luogo in cui questa frattura si manifesta senza più mediazioni linguistiche. Qui lo Stato federale non governa: irrompe. E quando irrompe, uccide.

L’omicidio di Renee Nicole GImposta immagine in evidenzaood, cittadina statunitense, madre di tre figli, colpita a morte durante un’operazione dell’ICE, non è una deviazione dal protocollo. È il protocollo. Un’esecuzione in strada, documentata da video e testimoni, che smonta in tempo reale la retorica dell’“ordine” e restituisce il volto autentico della nuova politica migratoria americana: militarizzata, opaca, deliberatamente intimidatoria.

La risposta delle istituzioni locali segna una discontinuità storica. Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato l’allerta della Guardia Nazionale statale per contenere l’azione delle forze federali. Non per affiancarle, ma per difendere la comunità da esse. È un gesto che, al netto delle formule istituzionali, suona come una dichiarazione di sfiducia radicale verso Washington. Uno Stato che prepara le proprie truppe per arginare un altro pezzo dello Stato non è sull’orlo della crisi costituzionale: ci è già dentro.

La sicurezza come occupazione

L’ICE non agisce come un’agenzia amministrativa. Si muove come una forza di occupazione interna, legittimata da una narrazione che sovrappone deliberatamente migrazione, criminalità e guerra. Gli agenti mascherati, le operazioni a sorpresa, l’uso immediato della forza letale non sono incidenti operativi, ma strumenti politici. Servono a produrre paura, a disciplinare lo spazio urbano, a rendere l’obbedienza una questione di sopravvivenza.

Minneapolis conosce già questo lessico. È la città di George Floyd, il laboratorio in cui la parola “sicurezza” è stata smascherata come eufemismo repressivo. Non sorprende, quindi, che il sindaco Jacob Frey abbia abbandonato ogni perifrasi istituzionale, arrivando a intimare alle forze federali di andarsene. Non è una caduta di stile: è la presa d’atto che il linguaggio amministrativo non basta più a contenere una violenza che si presenta come norma.

Le dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca e dal Dipartimento per la Sicurezza Interna completano il quadro. Renee Nicole Good viene retroattivamente trasformata in una minaccia, una “terrorista interna”, secondo una strategia ormai collaudata: criminalizzare la vittima per assolvere l’apparato. Le immagini, le prove, la dinamica dei fatti diventano irrilevanti. La realtà viene riscritta in funzione della disciplina politica.

La strategia del caos

Questo è il punto centrale: non siamo di fronte a un eccesso, ma a una strategia. La violenza federale nelle città governate da amministrazioni ostili al trumpismo serve a frantumare il tessuto politico del Paese, a esasperare i conflitti istituzionali, a produrre una condizione di emergenza permanente. Il caos non è un effetto collaterale: è l’obiettivo.

In questo contesto, l’uso del bullismo politico — il celebre “fai il furbo e poi vedi” — diventa dottrina di governo. Non solo contro gli immigrati, ma contro gli Stati, le città, i funzionari che non si allineano. La legalità viene presentata come intralcio, il dissenso come sabotaggio, la documentazione come complicità criminale. Il Primo Emendamento sopravvive come formula, mentre viene eroso nella pratica, colpo dopo colpo.

L’espansione dell’ICE è un altro dato rivelatore. Migliaia di nuovi agenti reclutati in tempi record, incentivi economici fuori scala, controlli minimi sui profili. I volti coperti e i simboli estremisti che affiorano non sono dettagli folkloristici: indicano una precisa saldatura tra apparato statale e sottocultura autoritaria. Gli indulti ai miliziani e ai facinorosi del passato hanno funzionato da segnale: la fedeltà ideologica conta più della legge.

La decisione di escludere le autorità locali dalle indagini sull’omicidio Good, denunciata dal procuratore generale del Minnesota, chiude il cerchio. Lo Stato federale uccide, indaga se stesso e assolve i propri uomini. Tutto il resto è rumore.

Minneapolis, oggi, non è un’eccezione americana. È un avvertimento. Uno Stato che tratta le proprie città come territori ostili finisce per occupare se stesso. E quando la paura diventa politica ufficiale, la democrazia sopravvive solo come decorazione.

 

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