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Il Venezuela non è una favola morale. Tra barrios chavisti e quartieri ‘bianchi’ anti-Maduro, sanzioni USA e fratture di classe, il Paese vive una spaccatura profonda. Capire aiuta a non banalizzare e a non cercare scorciatoie per riproporre l’ennesima lotta immaginaria tra il bene e il male.
Il Venezuela a metà dell’Occidente
Capire il Venezuela è diventato un esercizio sempre più raro. Non perché manchino informazioni, ma perché abbondano le scorciatoie morali. Dopo il raid statunitense e il rapimento di Nicolás Maduro, gran parte del dibattito europeo ha reagito con un riflesso condizionato: applausi, slogan, letture binarie. Dittatura contro libertà, popolo contro tiranno. Una narrazione rassicurante, perfetta per i social e pessima per comprendere un Paese reale, vivo, spaccato.
Le immagini della diaspora venezuelana in festa, soprattutto tra Stati Uniti ed Europa, raccontano una verità ma parziale: ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno vissuto chavismo e madurismo come una catastrofe sociale. Esilio, perdita, impoverimento, famiglie spezzate.
Un segmento importante della popolazione, quello borghese,non necessariamente ricco, ma appartenente al Venezuela “bianco”, storicamente dominante nel paese, espressione di tutti i presidenti inc arica prima della rivoluzione. Ridurre il paese alla rappresentazione di quel segmento, a quelle immagini delle piazze, significa amputare metà del quadro.
Perché, nello stesso momento, a Caracas e in molte altre città, centinaia di migliaia di persone scendono in piazza a difesa del governo bolivariano. Non comparse, non figuranti stipendiati: masse popolari radicate, organizzate, politicamente motivate.
Due realtà nello stesso Paese
Il nodo centrale che continua a sfuggire all’analisi occidentale è una frattura sociale profonda, precedente a Chávez e destinata a sopravvivergli. Una frattura di classe che è anche geografica e simbolica. Caracas non è una città: sono almeno due. Da una parte i barrios popolari – Petare, 23 de Enero, Catia, Antímano, La Vega – dall’altra i quartieri della borghesia urbana e della classe media integrata nei circuiti globali, come Altamira, Chacao, Las Mercedes.
Per milioni di abitanti dei barrios, il chavismo non è stato semplicemente un progetto politico, ma il primo Stato che abbia mai bussato alla loro porta. Prima della rivoluzione bolivariana, una parte consistente della popolazione era letteralmente invisibile: niente documenti, nessun accesso stabile a sanità, istruzione, servizi di base. Con le misiones arrivano alfabetizzazione, cliniche di quartiere, medici nei ranchos, reti idriche ed elettriche. Lo Stato, per la prima volta, prende corpo.
Questo dato dovrebbe aiutare a comprende ai molti commentatori occasionali perché, oggi, nei quartieri popolari esista ancora un sostegno reale e militante al chavismo. Per molti poveri urbani, la cattura di Maduro non è la caduta di un ‘autocrate’, ma un attacco a un intero mondo sociale, all’idea stessa di non tornare invisibili.
E così che vanno letti anche i colectivos: nati come forme di organizzazione comunitaria, divenuti in parte strutture armate di controllo politico. Né angeli né demoni. Sono il prodotto di una società segnata da diseguaglianze estreme, dove la difesa delle conquiste materiali passa anche per forme di autorganizzazione violenta. Ignorarli o mitizzarli è ugualmente sterile.
Sanzioni, ipocrisie e imperialismo ordinario
Sul fronte opposto, le proteste anti-chaviste esprimono una memoria completamente diversa. Per la classe media urbana, Chávez e Maduro rappresentano la fine di un ordine sociale che li vedeva centrali, integrati, riconosciuti. Anche qui il dolore è reale. Ma reale non significa universalizzabile.
Eppure, nel dibattito pubblico occidentale, tutto viene ridotto alla formula magica: “è finita una dittatura”. Una formula che assolve chi la pronuncia dal dovere di capire. Non perché il governo Maduro non abbia avuto tratti autoritari, ma perché questa lettura cancella l’esperienza concreta di una parte rilevante del Paese.
A questa rimozione se ne aggiunge un’altra, ancora più grave: quella delle sanzioni. Venezuela e Cuba non vivono nel vuoto pneumatico. Il primo è sotto embargo dal 2017, con forti limitazioni alla vendita del petrolio e all’accesso al credito internazionale. Le perdite economiche stimate superano i 200 miliardi di dollari. Cuba è strangolata da decenni. Parlare di crisi economica senza menzionare questo dato non è ingenuità: è disonestà.
Il copione statunitense, del resto, è collaudato. Pressione economica, isolamento finanziario, minacce militari esplicite o implicite, sostegno a forze interne allineate. Alla fine, l’ascesa di un governo “amico” viene celebrata come spontanea volontà popolare. Cile, Guatemala, Nicaragua, Libia, Siria: cambiano i contesti, non la logica. È politica imperialista in versione standard.
Il vero elemento grottesco, semmai, è l’entusiasmo ciclico degli emancipatori occidentali. Fino al giorno prima ignoravano l’esistenza del Paese in questione; il giorno dopo si scoprono paladini dei diritti civili, pronti a giustificare qualsiasi atto illegale purché rivestito di buone intenzioni. Il giorno successivo, a regime installato, il silenzio. Missione compiuta.
Maduro è odiato da molti venezuelani ed è sostenuto da molti altri. Una banalità che vale per qualunque leader politico. Strumentalizzare la sofferenza di chi festeggia per un rapimento illegale, trasformandola in giustificazione morale di un atto criminale contro uno Stato sovrano, è un esercizio cinico. Capire il Venezuela non significa assolvere nessuno. Significa rifiutare la pigrizia intellettuale degli slogan.

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