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USA-Venezuela: la guerra come ultima risorsa dell’impero in declino

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L’attacco USA al Venezuela rivela la crisi strutturale di Washington: debito fuori controllo, deindustrializzazione e bolla finanziaria spingono verso la guerra come strumento di gestione del declino e di difesa del dollaro e delle risorse strategiche.

USA-Venezuela, la guerra è segno di debolezza interna

L’attacco statunitense contro il Venezuela non va letto come un eccesso estemporaneo, né come l’ennesima scorribanda imperiale in una periferia considerata storicamente docile. È, piuttosto, il sintomo avanzato di una crisi strutturale che gli Stati Uniti non riescono più a governare con gli strumenti ordinari della potenza economica e finanziaria. Quando la leva del credito scricchiola, il commercio non basta più e la competizione industriale viene persa, resta una sola opzione: la coercizione diretta.

Il quadro interno statunitense è ben lontano dalla narrazione rassicurante dei mercati. Il debito federale ha superato livelli che non consentono più una gestione ordinata, quello privato grava su una popolazione sempre più esposta e meno solvibile, mentre la deindustrializzazione – mascherata per anni dalla finanziarizzazione – è stata brutalmente smascherata dalla concorrenza cinese.

L’inflazione, contenuta a fatica, è pronta a riesplodere sotto l’effetto combinato dei dazi e delle pressioni politiche sulla Federal Reserve. A sorreggere il sistema resta una bolla finanziaria ipertrofica, tenuta in vita più per inerzia che per solidità reale.

La guerra non è una deviazione, ma una scelta razionale dal punto di vista di chi governa il declino. Aggredire un paese ricco di risorse significa tentare di rianimare l’economia interna attraverso l’accesso forzato a materie prime strategiche, offrendo al contempo una garanzia materiale alla montagna di debito che sostiene il dollaro.

America Latina come retroterra di compensazione

La strategia di Donald Trump in America Latina segue una linea coerente, anche se raramente dichiarata con franchezza. L’obiettivo è riconquistare il controllo di un’area considerata essenziale per contenere l’espansione cinese e garantire flussi stabili di risorse. Il Venezuela, con le sue riserve energetiche, è un nodo centrale, ma non l’unico.

Le pressioni sul Canale di Panama, il tentativo di ridimensionare la presenza cinese nei grandi hub logistici del Pacifico, le manovre diplomatiche e commerciali in Colombia, Uruguay e Cile, così come il sostegno politico a governi apertamente allineati come quello argentino, rientrano in una medesima logica: impedire che l’America Latina diventi uno spazio autonomo di integrazione economica fuori dall’orbita statunitense.

L’uso della forza non sostituisce i dazi o le sanzioni, ma li affianca. Quando il commercio non disciplina più, interviene la minaccia militare. Il messaggio è semplice: chi controlla le risorse deve farlo a condizioni compatibili con la sopravvivenza del sistema dollaro-centrico. Il resto è folklore giuridico.

Guerra come gestione del declino globale

Il ricorso alla guerra come strumento di stabilizzazione interna non si limita al teatro latinoamericano. Il legame strategico con Israele e il sostegno incondizionato alle sue operazioni militari servono a esercitare un controllo indiretto su un’area energeticamente decisiva, intimidendo le petromonarchie sempre meno entusiaste di investire negli Stati Uniti e preparando il terreno a una possibile escalation contro l’Iran. L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, è il monopolio delle rotte e delle fonti energetiche residue realmente decisive.

Anche il conflitto ucraino, alimentato e prolungato dall’amministrazione Biden, si iscrive in questa traiettoria. Non tanto come guerra per la “democrazia”, quanto come strumento per drenare risorse europee, indebolire economie concorrenti e consolidare una dipendenza strutturale dall’apparato militare e finanziario statunitense.

L’attacco al Venezuela, dunque, non è un episodio isolato, ma un tassello di una strategia complessiva che sostituisce progressivamente la mediazione economica con l’imposizione armata. È la presa d’atto che il primato americano non può più essere garantito attraverso la crescita, l’innovazione o il consenso, ma solo attraverso la forza.

Trump, in questo senso, non è un’anomalia: è il volto esplicito di una scelta già maturata. La guerra diventa il metodo per congelare un declino che non può più essere invertito. Non una soluzione, ma un rinvio violento dell’inevitabile.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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