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Trump rinvia ancora l’ultimatum all’Iran e parla di “vittoria totale”, mentre Israele accetta una tregua parziale escludendo il Libano. Tra bluff, negoziati e tensioni su Hormuz, la guerra cambia forma ma – probabilmente – non si ferma.
Ultimatum, rinvii e “vittorie”: la guerra che Trump non riesce a chiudere
C’è un tratto ricorrente nella gestione americana della crisi con l’Iran: l’ultimatum come forma di comunicazione, il rinvio come metodo operativo. L’ultima estensione – due settimane supplementari concesse da Donald Trump per la riapertura dello Stretto di Hormuz – si inserisce perfettamente in questa logica oscillante, dove la minaccia serve più ad aprire il negoziato che a chiuderlo.
La condizione è formalmente chiara: Teheran deve garantire un passaggio “immediato, sicuro e completo” nello stretto. In cambio, sospensione temporanea dei bombardamenti. Una tregua condizionata, più simile a una pausa tattica che a un reale cessate il fuoco.
Nel frattempo, lo stesso Trump ha già definito l’eventuale accordo come una “vittoria totale al 100%”. Dichiarazione preventiva, come spesso accade, che precede i fatti e li sostituisce. La narrazione, prima della realtà. Il problema è che la realtà si ostina a non collaborare.
Tra Islamabad e Hormuz: negoziati sotto pressione
Il prossimo round di colloqui, previsto a Islamabad, vedrà la partecipazione del vicepresidente JD Vance insieme agli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner. Il coinvolgimento del Pakistan, con il premier Shehbaz Sharif, segnala un tentativo di mediazione multilaterale, rafforzato anche dall’intervento diplomatico cinese.
Teheran, da parte sua, ha mostrato una disponibilità condizionata, accettando l’ipotesi di tregua ma senza cedere sui punti strategici. Tra questi, il controllo dello Stretto di Hormuz, oggi trasformato in leva negoziale globale.
Secondo fonti internazionali, il piano in discussione includerebbe persino l’introduzione di pedaggi per il transito marittimo, gestiti congiuntamente da Iran e Oman. Una sorta di “nazionalizzazione funzionale” di uno dei choke point energetici più cruciali del pianeta.
Un’idea che, se confermata, cambierebbe radicalmente gli equilibri commerciali e geopolitici. E che spiega perché la posta in gioco sia ben più ampia di una semplice tregua.
Israele accetta, ma a modo suo
Sul fronte israeliano, la posizione di Benjamin Netanyahu è, come prevedibile, selettiva. Sì alla sospensione temporanea delle ostilità con l’Iran, ma esclusione esplicita del Libano. Tradotto: tregua parziale, guerra modulare.
Israele continua infatti a considerare il fronte libanese, e in particolare Hezbollah, come un teatro operativo autonomo. Il risultato è un cessate il fuoco che non cessa il fuoco, ma lo redistribuisce. Una formula che rischia di rendere l’intero accordo instabile già alla nascita.
Teheran, infatti, ha lasciato intendere che una tregua che non includa il Libano difficilmente potrà reggere. Non per principio ideologico, ma per coerenza strategica: il conflitto è regionale, non segmentabile a piacimento.
La strategia del bluff permanente
Il vero nodo, però, resta il metodo negoziale americano. Negli ultimi mesi, Donald Trump ha utilizzato una sequenza quasi rituale: ultimatum ravvicinati, minacce massimali, rinvii progressivi. Dal primo avvertimento del 21 marzo – con la promessa di distruggere infrastrutture civili iraniane – fino agli slittamenti successivi, il copione si è ripetuto con precisione quasi didattica. Il risultato? Una progressiva erosione della credibilità.
Ogni rinvio indebolisce la minaccia precedente. Ogni dichiarazione apocalittica seguita da una retromarcia trasforma la deterrenza in retorica. E quando la deterrenza diventa retorica, smette di funzionare.
Non è un caso che l’Iran abbia scelto di non cedere. Non per forza, ma per calcolo: dimostrare che l’avversario non è disposto a sostenere le conseguenze delle proprie parole. Il confronto con la Cina, nei negoziati commerciali, è illuminante. Dove Pechino ha resistito, Washington ha negoziato. Dove altri hanno ceduto, Washington ha imposto. Con Teheran, il primo scenario sembra prevalere.
Guerra sospesa, ma solo per alcuni
Mentre a Islamabad si discute di tregua, sul terreno il copione è molto meno diplomatico. Gli attacchi israeliani in Libano proseguono senza interruzioni, colpendo aree considerate strategiche nella lotta contro Hezbollah. Ma il punto più delicato non è nemmeno questo. È politico, prima ancora che militare.
Israele ha accentuato una deriva interna sempre più evidente: legislazione emergenziale permanente, ampliamento dei poteri militari, fino all’introduzione della pena di morte “etnica” in ambito di sicurezza. Non si tratta più di misure contingenti, ma di un impianto che tende a stabilizzarsi, trasformando l’eccezione in norma.
La linea tra sicurezza e ideologia si assottiglia. Il sionismo, da progetto politico nazionale, viene interpretato in chiave sempre più esclusiva e identitaria, con effetti diretti anche sul piano operativo: chi non si allinea, anche all’interno del mondo ebraico, rischia di essere percepito come elemento ostile. Non è più solo una questione esterna.
Ed è qui che il quadro si fa ancora più controverso. Israele ha dimostrato di poter colpire anche simbolicamente ciò che esula dalla narrazione dominante: perfino una sinagoga a Teheran è stata presa di mira, come segnale punitivo verso una comunità ebraica non allineata al sionismo. Un episodio che rompe la semplificazione occidentale secondo cui Israele rappresenterebbe automaticamente l’insieme del mondo ebraico.
Israele è, nei fatti, lo Stato dei sionisti, non lo Stato degli ebrei nel loro complesso. E quando una parte del mondo ebraico non aderisce a quella visione, viene trattata come deviazione, se non come ostilità. La pena di morte in ambito di sicurezza assume un significato ulteriore: non riguarda soltanto il nemico esterno, ma potenzialmente chiunque venga classificato come minaccia, anche sul piano politico e identitario.
Tutto ciò rende ancora più fragile l’idea che un accordo di pace possa reggere senza affrontare queste trasformazioni strutturali perché implica una domanda che a Washington evitano accuratamente di affrontare: fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti – o capaci – di condizionare davvero le scelte israeliane? Finora, la risposta è nei fatti: poco o nulla.
L’alleanza tra Stati Uniti e Israele resta il vero nodo irrisolto della crisi. Non tanto per la sua esistenza, quanto per la sua asimmetria. Washington negozia, minaccia, rinvia. Tel Aviv colpisce, seleziona i fronti, decide tempi e modalità operative. E spesso lo fa indipendentemente dalla cornice diplomatica americana.
È questo scarto che rende ogni tregua instabile. Perché un accordo con l’Iran che non vincoli anche Israele è, di fatto, incompleto. E Teheran lo sa.
Se esiste una strada per fermare davvero l’escalation, passa necessariamente da una ridefinizione delle alleanze e da un’assunzione di responsabilità internazionale che finora è mancata. Il resto, per ora, resta dentro la dimensione delle dichiarazioni.

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