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Senza fondi USA e con un deficit fino a 80 miliardi l’anno, l’Ucraina dipende da prestiti UE e dall’FMI. Ma gli aiuti coprono poco e tornano alle industrie belliche. Zelensky attacca Bruxelles, l’Europa si stanca. Le illusioni finiscono.
Ucraina, quando la guerra incontra i conti e finiscono le illusioni
Per anni l’Ucraina è stata raccontata come il baluardo avanzato dell’Occidente, una trincea morale da sostenere senza esitazioni. Oggi quella narrazione inizia a sgretolarsi sotto il peso dei numeri. Non delle bombe, ma dei bilanci. Senza più gli assegni a pioggia degli Stati Uniti e con un fabbisogno finanziario che oscilla tra i 40 e gli 80 miliardi di euro l’anno, Kyiv scopre di essere rimasta sola con la propria economia di guerra. L’eroismo non copre i deficit. E la retorica non paga stipendi, pensioni, bollette.
Il 2026 sarà l’anno della resa dei conti. Non sul campo, ma nei conti pubblici. Le ultime analisi, rilanciate da osservatori internazionali, parlano chiaro: gli ultimi residui dei fondi dell’era Biden si stanno esaurendo, mentre la Casa Bianca di Donald Trump ha già messo fine alla stagione degli assegni in bianco. Washington non vuole più essere il bancomat del fronte orientale. E Kyiv, che per due anni ha costruito la propria sopravvivenza economica su quella certezza, ora guarda a Bruxelles come a un ultimo sportello aperto.
Guerra a debito
Il bilancio ucraino per il 2026 prevede un disavanzo di circa 41 miliardi di euro, quasi un quinto del Pil nazionale. Il governo confida che quasi tutto venga coperto da donazioni straniere. Il Fondo Monetario Internazionale, però, alza drasticamente l’asticella e stima un fabbisogno ben superiore, oltre i 54 miliardi di dollari. Una distanza che non è solo tecnica: è politica. È il divario tra ciò che Zelensky spera e ciò che la realtà finanziaria consente.
L’Unione Europea ha annunciato un pacchetto da 90 miliardi per il biennio 2026-2027. Cifra imponente, a prima vista. Ma la struttura racconta altro: circa due terzi di quei fondi torneranno alle industrie militari occidentali sotto forma di acquisti di armi. Solo una parte minima, circa 15 miliardi l’anno, andrà a sostenere realmente il bilancio statale ucraino. Una goccia in un mare di spese per servizi essenziali, salari pubblici, pensioni, ricostruzione.
Nel frattempo, Zelensky ha scelto la via dello scontro verbale con Bruxelles, accusandola di essere timida e divisa. Secondo il Financial Times, una mossa studiata per “spronare” l’Unione. L’effetto è stato opposto: irritazione diplomatica e crescente freddezza nell’opinione pubblica europea. Molti cittadini, a destra e a sinistra, percepiscono ormai il conflitto come una guerra per procura, nella quale l’Europa paga senza decidere.
Il paradosso è evidente. Per l’élite ucraina l’alleanza con gli Stati Uniti resta intoccabile, nonostante gli insulti di Trump. L’Europa, invece, viene data per scontata. Da qui il silenzio su Groenlandia e pressioni americane, e l’attenuazione di ogni critica verso Washington. Risultato: “volonterosi” sempre più stanchi e una critica europea in crescita.
Sul collo di Kyiv, inoltre, pesa l’FMI. I nuovi prestiti sono subordinati a riforme drastiche: Iva per le piccole imprese, taglio dei sussidi energetici, liberalizzazione del mercato del lavoro. Il tutto condito da slogan motivazionali da social network, che suonano grotteschi per un Paese con infrastrutture devastate e milioni di persone in difficoltà.
Dal 2022 l’Unione Europea ha già inviato circa 193 miliardi di euro, contro i 109 degli Stati Uniti. Eppure, questo potrebbe essere il massimo sostenibile per governi alle prese con bilanci interni fragili e pressioni politiche. Insufficiente, però, sia a mantenere lo Stato ucraino in piedi, sia a cambiare l’equilibrio militare con la Russia.
La “resilienza” rischia di trasformarsi in una lunga stagnazione armata. E quando la guerra incontra i conti, finiscono le illusioni.

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