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Attacchi su Teheran, sirene in Israele, Washington rivendica la “difesa preventiva”. L’asse Trump-Netanyahu apre uno scenario di escalation contro l’Iran, tra calcoli elettorali e rischi globali: energia, nucleare, milizie regionali. Una scommessa ad altissimo costo.
Guerra preventiva o azzardo elettorale? Il duello Trump-Netanyahu accende il Medio Oriente
Colonne di fumo nero si alzano sopra Teheran, mentre a Gerusalemme tornano a ululare le sirene. Non è un’esercitazione, né un incidente isolato. È la rappresentazione plastica di una “difesa preventiva” che ha il suono sinistro di un’offensiva su larga scala. Al centro della scena, ancora una volta, l’asse politico-militare fra Washington e Tel Aviv.
Secondo fonti israeliane e iraniane, attacchi missilistici avrebbero colpito la capitale iraniana, con esplosioni segnalate nei pressi di via Pasteur e nell’area del ponte Seyed Khandan, dove si trova il quartier generale congiunto delle forze armate. Le agenzie Fars e Tasnim parlano di tre esplosioni nel centro città e di ulteriori detonazioni nella zona est e nord della metropoli. Video diffusi sui social mostrano scie luminose nel cielo e colonne di fumo compatto.
Nel frattempo, in Israele è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Le sirene d’allarme e le notifiche sui cellulari sono tornate a suonare in tutto il Paese, per la prima volta dopo mesi, nel timore di una ritorsione iraniana con missili e droni. Il ministro della Difesa Israel Katz ha evocato esplicitamente la possibilità di una risposta di Teheran.
Secondo media israeliani e fonti dell’opposizione iraniana, uno degli obiettivi sarebbe stato un edificio legato alla presidenza iraniana; Ali Khamenei sarebbe stato trasferito in un luogo sicuro.
A Washington, Donald Trump ha rivendicato l’avvio di una “grande operazione” in Iran, con l’obiettivo dichiarato di difendere americani e israeliani da minacce imminenti del regime iraniano. In un video diffuso su Truth, ha promesso la distruzione dei missili iraniani e la garanzia che Teheran non possa dotarsi dell’arma nucleare, assicurando di aver adottato misure per limitare i rischi per i cittadini statunitensi, pur ammettendo la possibilità di vittime.
La dottrina della prevenzione permanente
La formula è sempre la stessa: colpire prima per evitare di essere colpiti. Una declinazione aggiornata della guerra preventiva, concetto che nella prassi internazionale resta controverso e spesso contestato. La narrazione ufficiale insiste sull’imminenza della minaccia iraniana e sulla necessità di neutralizzare capacità missilistiche e nucleari. Ma l’imminenza, nel lessico geopolitico, è un concetto elastico, spesso adattabile alle esigenze del momento.
Il punto è che, al di là delle dichiarazioni, non sono ancora chiare né l’estensione del coinvolgimento militare statunitense – il Wall Street Journal parla di un ruolo attivo anche delle forze americane – né la reale portata dei danni inflitti. Non si hanno dettagli sulle eventuali operazioni della flotta navale o dell’aviazione Usa. È una guerra annunciata, ma ancora opaca nei contorni.
Sul piano giuridico, l’argomento della “difesa preventiva” si muove su un crinale scivoloso. La Carta delle Nazioni Unite ammette la legittima difesa in caso di attacco armato in corso o imminente. Stabilire quando un pericolo sia davvero imminente è però questione di interpretazione, e dunque di potere. Chi possiede la forza tende a possedere anche la definizione del pericolo.
Consenso interno e rischio globale
Non è irrilevante che tanto Trump quanto Netanyahu affrontino passaggi politici delicati sul piano interno. Le difficoltà elettorali e le tensioni interne possono trasformare la politica estera in un palcoscenico utile a ricompattare il consenso. La storia recente insegna che la sicurezza nazionale è un collante potente, soprattutto quando accompagnata da immagini di missili e fumo nero.
Il problema è che il Medio Oriente non è un teatro isolato. Un conflitto diretto fra Israele, Stati Uniti e Iran avrebbe ripercussioni immediate sui mercati energetici, sulle rotte marittime e sugli equilibri regionali, coinvolgendo attori come Hezbollah in Libano e milizie sciite in Iraq e Siria. Il rischio di un’escalation a catena è concreto.
Teheran, dal canto suo, ha costruito negli anni una rete di alleanze e capacità asimmetriche che le consentono di rispondere non solo con missili balistici, ma anche attraverso attori non statali. Una reazione è data per scontata dallo stesso governo israeliano. E ogni risposta genera una contro-risposta, in un meccanismo che la retorica della prevenzione non riesce a disinnescare.
C’è poi il capitolo nucleare. Trump ha ribadito l’obiettivo di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica. Dopo l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare del 2015, la traiettoria del programma iraniano è diventata uno dei principali nodi irrisolti della sicurezza globale. Ma colpire militarmente non equivale necessariamente a risolvere il problema: può, al contrario, accelerare le scelte più radicali.
Parlare di “nobile missione” suona come un esercizio di retorica bellica. La realtà è una scommessa ad altissimo rischio, giocata su un tavolo dove le fiches sono città, infrastrutture e vite umane. La prova di forza può generare un dividendo politico nel breve periodo; nel medio e lungo termine, potrebbe spalancare la porta a una guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili.
Quando il fumo si diraderà su Teheran e le sirene taceranno a Gerusalemme, resterà una domanda: la sicurezza si costruisce con l’escalation o con la diplomazia? Per ora, la risposta sembra affidata ai missili.

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