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Dalle deportazioni di massa alle ingerenze continentali: gli Stati Uniti sperimentano la sospensione dei diritti sugli immigrati per estenderla al dissenso e alla politica estera. Le squadracce antimigranti sono il cuore del nuovo autoritarismo.
Le ronde del XXI secolo: l’America che deporta se stessa
Prima ancora delle dottrine geopolitiche, prima dei missili, dei dazi e delle dichiarazioni roboanti, c’è un dato che dovrebbe inchiodare il dibattito pubblico: negli Stati Uniti della seconda era Trump agiscono squadracce statali di deportazione che seminano paura deliberata. Non è una metafora polemica, ma una descrizione fattuale. Agenti federali mascherati, operazioni mimetizzate, blitz nei quartieri popolari, arresti spettacolari ripresi e rilanciati sui social. Il terrore come strumento di governo. La pedagogia della paura come nuova normalità.
L’Ice, seconda agenzia federale per dimensioni e risorse, è diventata il fulcro di questa trasformazione. Un apparato gigantesco che opera in una zona grigia sempre più estesa, dove il diritto arretra e l’arbitrio avanza. Non si tratta solo di “controllo dell’immigrazione”: è un dispositivo di intimidazione sociale che colpisce milioni di persone ben oltre gli irregolari. Comunità intere si svuotano, scuole pubbliche perdono iscritti, la vita urbana si ritrae. La gente ha paura di uscire, di lavorare, di mandare i figli a scuola.
A Los Angeles operazioni condotte da agenti incappucciati hanno fatto ricorso a furgoni da trasloco per mascherare i blitz e cogliere di sorpresa le persone prese di mira. Quartieri a maggioranza messicana, un tempo animati e vitali, risultano svuotati da mesi.
A New York e Los Angeles le iscrizioni nelle scuole pubbliche sono calate tra il 4 e il 5 per cento. Nel raggio d’azione del governo rientrano circa 50 milioni di residenti nati all’estero e 68 milioni di cittadini di origine ispanica. Gli arresti si distinguono per la loro violenza, i prelievi forzati assumono i tratti di veri e propri rapimenti, le separazioni familiari diventano pratica ordinaria, spesso documentata e rilanciata sui social per moltiplicarne l’effetto intimidatorio.
Sono dinamiche che evocano i periodi più bui dei totalitarismi del Novecento e le feroci repressioni che hanno segnato la storia dell’America Latina. Attualmente, un esercito di circa 70.000 persone è ammassato in centinaia di strutture — tra carceri, centri amministrativi e complessi privati — in attesa di essere espulso. All’interno di questi luoghi, i rari sopralluoghi di magistrati e parlamentari hanno documentato condizioni degradanti assimilabili alla tortura, confermando l’esistenza di un sistema che agisce deliberatamente in una zona d’ombra, privo di garanzie legali e al di fuori di ogni controllo giudiziario.
Dall’ordine interno all’impero continentale
È da qui, da questa America interna disciplinata a colpi di paura, che va letta la politica estera del presidente. “America first” non indica più una nazione, ma uno spazio di dominio. L’intero continente americano viene ricondotto a una sfera d’influenza da gestire con premi e punizioni. Dazi come ritorsione, aiuti come ricompensa, interferenze elettorali esplicite nei paesi considerati strategici. Non una rottura col passato, ma la sua versione più sfrontata.
L’operazione militare lanciata contro il Venezuela segna un passaggio ulteriore. Non è solo l’ennesima ingerenza: è la dichiarazione implicita che la Dottrina Monroe non basta più. Va superata, ampliata, resa permanente. Il linguaggio usato è rivelatore: “governeremo fino a una transizione sicura”. Sicura per gli interessi statunitensi, naturalmente. Il problema della sovranità venezuelana viene liquidato come dettaglio secondario.
Ma il nesso tra politica interna ed esterna è stretto. Un potere che sperimenta l’extralegalità in casa propria si sente autorizzato a esportarla. Le stesse categorie retoriche tornano: nemico interno, fiancheggiatore, quinta colonna. Negli Stati Uniti, chi documenta le deportazioni rischia l’incriminazione; chi protesta viene assimilato al terrorismo. La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale, è parte integrante del progetto.
I tribunali? Quando ostacolano, vengono ignorati. Le sentenze ritardate, svuotate, aggirate. Avvocati governativi lavorano non per garantire giustizia, ma per guadagnare tempo mentre le deportazioni continuano. Persino le espulsioni verso paesi terzi, vietate dal diritto internazionale, diventano pratica corrente. Alcuni racconti dal Texas parlano di deportati accompagnati al confine a colpi di manganello, costretti a “sparire” oltre la barriera.
Tutto questo non è improvvisazione. Era previsto, pianificato, annunciato. I documenti programmatici della nuova destra americana parlavano chiaro. Eppure, per anni, si è preferito minimizzare, ridicolizzare, derubricare a folklore autoritario. Oggi il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno Stato che sperimenta forme di autogolpe permanente, mentre si propone come guida della coalizione illiberale occidentale.
L’Europa osserva, a tratti imita. Il sovranismo si traveste da sicurezza, la repressione da ordine. Ma la verità è più semplice e più inquietante: quando le squadracce diventano politica pubblica, la democrazia è già entrata nella sua fase difensiva. E spesso, quella fase non dura a lungo.

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