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Il G7 ha confermato il sostegno incondizionato a Kiev e collabora attivamente negli attacchi con droni sul territorio russo mentre Mosca avanza su Kostyantynivka. Lavrov dichiara morto l’ordine di Helsinki. L’Europa scala un piano inclinato verso la guerra senza una strategia d’uscita.
Il piano inclinato europeo verso la guerra con la Russia
La strategia della governance europea, inesorabilmente, dall’essere discutibile sta diventando pericolosa. Questo perchè i suoi stessi presupposti vengono smentiti dai fatti sul campo, ma chi la persegue decide di accelerare comunque. Il G7 ha confermato il proprio «sostegno incondizionato» a Kiev mentre i droni ucraini continuano a colpire infrastrutture energetiche in territorio russo, e mentre il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov rilascia dichiarazioni che non lasciano spazio a interpretazioni: «Non aspettiamo che gli accordi di Anchorage vengano attuati. Aspettiamo la vittoria. Aspettiamo che i nostri obiettivi vengano raggiunti».
La Russia non sta negoziando. Sta aspettando che il fronte ucraino collassi e, a giudicare dalla situazione militare attuale, non sta reggendo, nonostante la coltre propagandistica che parla di stallo, pantano, di Kiev passata al contrattacco con spettacolari azioni sul territorio russo; per non parlare della favola della cosiddetta “passeggiata di 3 giorni” con cui Putin immaginava di rovesciare il governo ucraino, costruita mediaticamente per dare l’etichetta di “vincitore a prescindere” del conflitto al soggetto resistente, il proxy ucraino.
Sempre Ushakov ha aggiunto, con la sicurezza di chi sa di avere i numeri dalla propria parte, che i paesi occidentali farebbero bene a «osservare attentamente ciò che accade sul campo di battaglia e sulla linea di contatto». Il riferimento è a Kostyantynivka, una delle ultime posizioni significative ancora sotto controllo ucraino nel Donbass orientale, attualmente sottoposta a una pressione militare crescente e sistematica. L’eventuale caduta della città aprirebbe una direttrice verso Slovyansk, Kramatorsk e Druzhkivka: tre centri che rappresentano l’ossatura logistica e simbolica della resistenza ucraina in quella regione. Non è fantapolitica. È la lettura della cartografia militare.
L’architettura di sicurezza europea è già crollata
Mentre i leader europei discutono di cessate il fuoco e di pacchetti di aiuti, Sergej Lavrov ha scritto per la testata Politico un articolo — significativamente non diffuso alle nostre latitudini— in cui traccia con insolita chiarezza la visione russa del nuovo ordine continentale. Il messaggio centrale è questo: l’architettura di sicurezza europea costruita sull’Atto Finale di Helsinki del 1975 è stata «irreparabilmente distrutta» non dalla Russia, ma dalle scelte degli stessi leader europei. «Non ci sarà un ritorno a questo sistema», scrive Lavrov. Al suo posto, Mosca propone una nuova architettura eurasiatica fondata sul principio di sicurezza uguale e indivisibile, aperta all’Europa quando, come precisa con eloquente condiscendenza, «le condizioni saranno mature».
Tradotto fuori dal registro diplomatico: la Russia considera chiusa la fase in cui l’Europa poteva sedersi al tavolo come attore paritario. Il vecchio ordine è finito, il nuovo lo sta disegnando Mosca, e l’Europa potrà eventualmente aderirvi alle condizioni che verranno fissate da altri. Questo è il punto di arrivo di trent’anni di espansione NATO verso est, di promesse non mantenute, di rifiuto sistematico di qualsiasi architettura di sicurezza condivisa. Non è una giustificazione per l’invasione russa dell’Ucraina. È la descrizione di un fallimento strategico europeo di proporzioni storiche che nessun talk show continentale sembra disposto ad affrontare seriamente.
La guerra globale che l’Europa si rifiuta di vedere
Lavrov è esplicito anche su un altro punto che le cancellerie europee preferiscono ignorare: i negoziati di cui si continua a parlare sono, nella sua lettura, uno strumento tattico occidentale finalizzato non alla pace ma alla sopravvivenza delle forze armate ucraine. «Il vero obiettivo dei leader europei», scrive il ministro degli Esteri russo, «è rafforzare il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto con la Russia». Il cessate il fuoco, nell’ottica di Mosca, servirebbe esclusivamente a impedire il collasso militare ucraino e a guadagnare tempo per un riarmo che consenta di riprendere il conflitto in condizioni migliori.
Che questa lettura sia corretta o strumentale è una domanda legittima, l’errore è ignorarla. E l’Europa, che continua a ragionare per compartimenti stagni — qui la guerra, là la diplomazia, altrove il riarmo — non ha ancora prodotto una risposta strategica coerente a questa visione d’insieme.
Il piano inclinato su cui si trova il continente ha una logica interna precisa: ogni escalation richiede la successiva per non apparire una resa, ogni pacchetto di aiuti genera una risposta russa che richiede un pacchetto successivo, ogni dichiarazione di «sostegno incondizionato» restringe ulteriormente lo spazio negoziale. Non c’è un punto di equilibrio in questa traiettoria. C’è solo un punto di arrivo, e i leader europei sembrano determinati a non nominarlo: la guerra.

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