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La grancassa mediatica è in ebollizione: finalmente due donne si scontreranno in tv come leader, Meloni vs Schlein, per la gioia di Vogue e Vanity Fair. Che poi sulle questioni politiche rilevanti abbiano le stesse posizioni, è dato per assodato.
Meloni vs Schlein
Già nel dicembre 2021, qualche mese prima delle elezioni politiche, la civiltà democratica portò Enrico Letta sul palcoscenico di Atreju, la storica manifestazione della gioventù neofascista.
Furono consolidate le ragioni di un sistema retto sulla confidenzialità omogenea. Quel vantarsi della propria diversità in un recinto di nozioni condivise che si alimentano una con l’altra. Un teatrino in cui specchiarsi e trovarsi ben acconciati in un quadro istituzionale dove si può polemizzare con asprezza su questioni da consumare in uno snack bar, tra un amaretto e l’altro; un po’ come un tempo era usuale consultando il Corriere dello Sport poggiato sul banco frigo.
Non importa da dove vieni, quello allora fu il sottinteso, l’importante è ragionare come si deve quando la politica diventa cruciale. In effetti tra il Partito Democratico e la macedonia missina postmoderna la collaborazione nevrastenica ha avuto un suo campo d’applicazione d’ordinanza.
Il loro farsi sponda nel comune di Roma e nella Regione Lazio da anni regala momenti immortali per i cittadini, tra disimpegni costruttivi alle elezioni e alleanze furtive quando sono apparsi terzi incomodi. Allora Letta rese omaggio all’opposizione simulata di Fratelli d’Italia al governo Draghi. Un inchino all’affidabilità.
Il processo di legittimazione reciproca – che legittima i fascisti a liberali autentici sia chiaro – continua in questi giorni ma con un tocco di mondanità woke. Finalmente due donne si scontreranno come leader dei rispettivi schieramenti tanto per far sfoderare copertine glitterate a Vogue e Vanity Fair e per rimarcare le ragioni democratiche dell’Occidente; così avanti nel suo progressismo colonizzante da rendere le bombe di civilizzazione un argomento di conversazione alla prima della Scala.
La consonanza sui temi significativi è data per assodata. Fedeltà atlantica, genuflessione coreografica a Bruxelles, armi all’Ucraina, arteriosclerosi sul campo di sterminio a Gaza.
Sì ovvio continueranno senza sosta i risentiti rotocalchi giornalistici sulle braccia tese di Acca Larentia o sui parlamentari che sparano nei saloon, ma tutto rimarrà nell’ambito confortevole del giardino di casa dove, al barbecue della domenica, tutti i responsabili custodi dell’ortodossia di regime diventano graditi commensali.
Il bollino di convalida per l’invito dovrà essere negato a chi ha messo in discussione l’andamento di marcia di questo bipolarismo totalitario, a chi, per esempio, ha osato interloquire in cinese, a chi, poveretto, si è ricordato di qualche sfaticato, che merita in realtà rieducazione e non sussidi improduttivi.
La qualifica di eversivo inoltre dovrà essere trasmessa a tutti coloro i quali ancora strimpellano di classi, conflitto, lavoratori, giustizia e multipolarismo. Vecchi reduci della follia novecentesca.
Nello spazio di un attimo è partita la corsa dello Spettacolo per assicurarsi la diretta del confronto più reazionario della storia. Da un lato la portavoce di Confindustria, della sua violenza padroncina nei confronti dei diritti e ai cancelli delle fabbriche, dall’altro la paladina dell’integralismo di mercato, senza barriere, senza confini, dimentica, in un’allucinazione psichedelica, anche della realtà bellica alle porte, quando valorizza la genialità indiscussa dei creatori coraggiosi che espandono le reti, che partoriscono start-up.
Quel mondo in cui lo sfruttamento viene ribattezzato resilienza e il licenziamento opportunità. Però son donne, tanto di cappello.

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