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Barghouti non è un simbolo morale, ma un problema politico. La sua detenzione perpetua serve a impedire l’emergere di una leadership palestinese laica e negoziale, capace di rendere praticabile la soluzione dei due Stati. La sua prigionia non punisce il passato: neutralizza un futuro possibile.
Barghouti e l’Occidente selettivo: quando la resistenza diventa un reato politico
Marwan Barghouti è detenuto da oltre ventitré anni in un carcere israeliano e sta scontando cinque ergastoli. Per Tel Aviv è un terrorista. Per una parte consistente della società palestinese, e per numerosi osservatori internazionali, è invece un dirigente politico che rappresenta una minaccia non militare, ma sistemica: la possibilità di una leadership laica, nazionalista e negoziale che sottragga legittimità tanto alla destra israeliana quanto all’islamismo armato.
La sua detenzione non è un’anomalia giudiziaria, ma un dispositivo politico. Barghouti non viene neutralizzato perché troppo violento, bensì perché potenzialmente egemonico. La sua figura smentisce l’equazione, ormai interiorizzata nel discorso occidentale, secondo cui ogni alternativa palestinese a Israele debba essere per forza religiosa, estremista e incompatibile con qualsiasi prospettiva statuale condivisa.
L’esistenza stessa di Barghouti è una contraddizione vivente per la narrazione dominante: dimostra che un’altra leadership palestinese è possibile e che, proprio per questo, non è tollerabile.
L’occupazione come eccezione permanente
Barghouti cresce politicamente durante la Prima Intifada e diventa una figura centrale di al-Fatah nei Territori occupati. La sua attività si colloca interamente nel contesto di un sistema che, da oltre mezzo secolo, priva milioni di persone di diritti civili, libertà di movimento, rappresentanza politica e protezione giuridica.
La nozione di “terrorismo” viene utilizzata come strumento di delegittimazione preventiva. Non per descrivere una pratica, ma per squalificare una posizione. Chi agisce contro l’occupazione, anche quando non colpisce civili, viene inserito nello stesso campo semantico di chi pratica stragi indiscriminate. La distinzione tra violenza e resistenza viene cancellata non per errore, ma per utilità.
Il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli all’autodeterminazione, incluso il diritto di resistere a un’occupazione. Tuttavia, questo principio viene applicato solo quando non entra in conflitto con gli interessi delle potenze alleate. Nel caso palestinese, il quadro si ribalta: la legalità diventa un privilegio selettivo, e la repressione un fatto amministrativo.
La detenzione di massa nei Territori occupati — che coinvolge sistematicamente anche minori — non è una deviazione, ma una componente strutturale del controllo. Barghouti è l’esempio più noto di questo meccanismo, non la sua eccezione.
Perché Netanyahu non può permettersi Barghouti
La vera ragione della sua incarcerazione perpetua non risiede nel passato, ma nel futuro. Barghouti è uno dei pochi leader palestinesi in grado di vincere elezioni libere, se mai venissero consentite. È laico, non settario, e sostiene apertamente la soluzione dei due Stati. Una posizione formalmente condivisa da gran parte della comunità internazionale, ma sostanzialmente sabotata da decenni.
Qui emerge il paradosso: chi dice di sostenere due popoli e due Stati lavora, nei fatti, per impedirne la realizzazione. Un leader come Barghouti renderebbe questo doppio linguaggio politicamente insostenibile. Meglio, allora, che la scena palestinese resti occupata da attori radicali, più facili da demonizzare e utili a giustificare l’occupazione come “necessità di sicurezza”.
Non a caso, Netanyahu ha più volte ammesso che la sopravvivenza di Hamas è funzionale all’assenza di un interlocutore credibile. In questo schema, Barghouti è una variabile da eliminare: non perché distrugge Israele, ma perché rende possibile un conflitto risolvibile.
La sua prigionia non serve a punire il passato, ma a impedire un futuro. Non è la pena di un uomo, è il congelamento di una prospettiva politica.

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