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Tra NATO agonizzante, Ucraina senza sbocchi e Washington inaffidabile, l’Europa riscopre la difesa comune senza sapere contro chi né come. Molta retorica, pochi mezzi e un “esercito europeo” ridotto a formula astratta.
Lapidi atlantiche e muscoli europei
Da qualche tempo la NATO viene evocata come si fa con le istituzioni defunte: con rispetto rituale e scarsa convinzione. L’Ucraina, più che un fronte, è diventata il certificato di morte di un’architettura di sicurezza che funzionava finché Washington dettava la linea e gli europei si limitavano a seguirla.
Oggi, con una Casa Bianca tornata ostentatamente imprevedibile e un conflitto che non promette redenzioni, l’Alleanza appare come una lapide ben lucidata. Attorno, si muovono i cosiddetti “volenterosi” europei, tre o quattro capitali che agitano promesse di riarmo come se bastasse mostrare i bicipiti per compensare l’assenza di una testa.
Il paradosso è che questa esibizione muscolare serve più a rassicurare se stessi che a intimidire Mosca. E, incidentalmente, a segnalare fastidio verso Washington, nel dubbio amletico se siano più inquietanti le intenzioni del Cremlino o l’umoralità dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Nel frattempo, l’Unione Europea discute di difesa come discute di tutto il resto: molto, male e senza decidere chi sia davvero il nemico.
Difesa europea cercasi, avversario incluso
La domanda elementare resta sospesa: difesa europea contro chi, e per fare cosa? La retorica oscilla tra una Russia descritta a giorni alterni come potenza pronta a invadere l’Europa e come gigante in rovina, strangolato da sanzioni che però continuano a produrre effetti collaterali soprattutto dentro i confini UE. In mezzo, l’Ucraina diventa una trottola geopolitica che gira sempre più stancamente, mentre l’Occidente fanfarone promette senza mantenere.
In queste condizioni persino l’Italia riesce a sembrare presentabile: una diplomazia che si muove a zig-zag tra Trump e Bruxelles, con un atlantismo di riflesso condizionato e una fedeltà europea di facciata. L’Europa, intanto, litiga su politica fiscale e industriale, salvo poi proclamare l’urgenza di equipaggiare il continente per affrontare un “contesto strategico minaccioso”. Peccato che nessuno riesca a definire con chiarezza quale minaccia si intenda davvero affrontare e fino a che punto si sia disposti a spingersi.
Un esercito che non c’è e una NATO a consumo
Negli ultimi venticinque anni, l’Unione ha sperimentato un’attività militare a bassa intensità, mascherata da gestione delle crisi: Balcani, Mediterraneo, Africa. Missioni limitate, ambizioni minime. Il ritorno di Trump ha però riacceso il dibattito sulla “difesa comune” e persino sull’“esercito europeo”, come se bastasse pronunciare le parole giuste per colmare decenni di vuoto politico e operativo.
La realtà è più prosaica. L’UE non dispone di un vero quartier generale militare, non ha forze proprie né una cultura strategica condivisa. Per anni, la Gran Bretagna ha sabotato ogni tentativo in tal senso; ora, fuori dall’Unione, resta comunque un attore indispensabile. Il passaggio della guida del Comitato Militare UE da un generale austriaco a uno irlandese, così come il peso crescente dei Paesi baltici nei vertici della sicurezza, racconta più l’ambizione simbolica che una capacità reale.
Si parla allora di un uso “part-time” della NATO: strutture, standard, intelligence, purché Washington conceda il permesso. Una NATO a tariffa, fondata su un prezzario del “dare e avere”, dove l’autonomia europea resta condizionata alla benevolenza americana.
Così, mentre si celebrano funerali simbolici dell’Alleanza Atlantica, l’Europa continua a recitare una parte che non ha scritto. Molta enfasi, poca sostanza. E una difesa comune che resta, per ora, un esercizio di immaginazione strategica.

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