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700 “nemici” uccisi in Libano, forse migliaia in Iran secondo quello che dice Trump e perdite quasi nulle: la guerra raccontata da USA e Israele sfida la logica. Tra “incidenti tecnici” e versioni ufficiali improbabili, la propaganda costruisce un conflitto irreale. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.
La guerra perfetta che vince sempre (nei comunicati stampa)
C’è una costante nella storia dei conflitti: le guerre si combattono sul campo, ma si vincono — almeno temporaneamente — nei bollettini ufficiali. Il problema è che, nel caso attuale, il divario tra racconto e realtà ha assunto contorni grotteschi. Più che propaganda, siamo alla narrativa fantasy con pretese giornalistiche.
Secondo i resoconti delle autorità di Tel Aviv, Israele avrebbe eliminato circa 700 combattenti di Hezbollah in poche settimane. Un risultato che, preso isolatamente, potrebbe anche rientrare nella brutalità ordinaria di un conflitto ad alta intensità. Ma la questione non è il numero in sé: è la proporzione. Perché a fronte di queste cifre, le perdite israeliane ufficiali si contano sulle dita di una mano: 4. E questo nonostante le immagini che circolano sul web di decine di carri armati merkava distrutti, di conferme di imboscate, “difesa attiva” e tutto l’armamentario dialettico di queste circostanze.
Un rapporto che sfida non solo la logica militare, ma anche il buon senso. Nemmeno nelle guerre coloniali più sbilanciate si registrano simmetrie così perfette. E qui parliamo di un teatro operativo come il sud del Libano, dove Hezbollah combatte con tattiche asimmetriche, conosce il territorio e ha dimostrato negli anni una capacità di adattamento tutt’altro che trascurabile.
Il punto non è negare che il movimento sciita stia subendo perdite — sarebbe ingenuo e ideologico. Il punto è chiedersi se questa rappresentazione unilaterale non sia, per l’appunto, una rappresentazione.
Incidenti tecnici, lavanderie e altre leggende militari
La stessa logica narrativa sembra valere anche per il fronte statunitense nel confronto con l’Iran. Qui il copione si arricchisce di un elemento quasi comico: la scomparsa delle cause ostili.
Secondo le versioni ufficiali, le perdite materiali e operative americane sarebbero il risultato di una sequenza sfortunata di incidenti, errori e disguidi tecnici. Aerei che si danneggiano tra loro, caccia abbattuti da “fuoco amico”, velivoli che oscillano tra guasti improvvisi e anomalie operative. Una catena di eventi talmente sfortunata da risultare, paradossalmente, molto conveniente dal punto di vista narrativo.
Il caso più emblematico riguarda la portaerei USS Gerald Ford, temporaneamente fuori servizio e costretta a lavori di riparazione significativi. La spiegazione ufficiale? Un incendio accidentale partito dalla lavanderia, apparentemente scollegato dalle operazioni belliche. Una coincidenza che, se non altro, restituisce dignità narrativa agli impianti igienici, improvvisamente promossi a minaccia strategica globale.
Il problema non è tanto credere o meno a queste versioni. Il problema è la coerenza complessiva del quadro. Perché quando ogni perdita diventa un incidente e ogni successo è assoluto, il racconto smette di essere informazione e diventa una parata tra fanfare.
Il mito dell’invincibilità e la realtà del conflitto
La guerra reale, quella che si combatte lontano dai comunicati, ha un’altra grammatica. È fatta di attriti, errori, imprevisti, vulnerabilità. È un sistema caotico, non una dimostrazione matematica.
E infatti, anche dalle stesse fonti occidentali e israeliane, filtrano elementi che incrinano la narrazione perfetta: imboscate, mezzi colpiti, operazioni rallentate, capacità offensiva nemica tutt’altro che neutralizzata. Hezbollah continua a operare, a colpire, a mantenere una pressione costante lungo il confine settentrionale di Israele.
Nel frattempo, il Libano paga il prezzo più alto. Migliaia di vittime, un numero impressionante di sfollati, infrastrutture devastate. Una realtà che non ha nulla di eroico e ancora meno di cinematografico. Qui non ci sono vincitori netti, ma solo livelli diversi di distruzione.
La propaganda come riflesso condizionato
La propaganda non è una deviazione del conflitto: è parte integrante della sua struttura. Serve a costruire consenso interno, a disorientare l’avversario, a rassicurare gli alleati. Ma ha un limite strutturale: deve restare plausibile.
Quando questo limite viene superato, il rischio è duplice. Da un lato, si produce una narrazione infantilizzata, che ricorda più i fumetti di guerra del secolo scorso che un’analisi contemporanea. Dall’altro, si genera un effetto boomerang: più il racconto è perfetto, più cresce il sospetto che qualcosa non torni.
Il paradosso è evidente. Nel tentativo di apparire invincibili, si rischia di apparire poco credibili. E in guerra, la credibilità è una risorsa strategica quanto — se non più — delle armi. Perché alla fine, per quanto si possa gonfiare il racconto, la realtà resta lì. E prima o poi, senza bisogno di comunicati, si incarica da sola di ristabilire le proporzioni.

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