www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il mondo brucia ma continuiamo a parlare di crisi locali. Mentre le cancellerie si muovono come in una guerra globale, l’Occidente evita la parola proibita: mondiale. La paura resta sotto la superficie, coperta da eufemismi e propaganda.
Come la dovremmo chiamare?
C’è questo pudore, tra l’intimorito e l’incredulo, che vuole negare la corrispondenza tra la realtà e le parole. Accade anche quando si parla di lavoro, o meglio di alienazione economica ed esistenziale legata al lavoro. Si rifiuta la concretezza dei rapporti di subordinazione. Tutti si percepiscono manager per consolarsi nella dimensione del sogno.
Così è per la guerra. Non riusciamo a chiamarla mondiale. “A pezzi”, indorò così la pillola Papa Francesco. Ma fu l’unico a contemplare l’argomento. Per il resto nessuno ha voglia di unire i puntini. Non parlo in questo caso del fanatismo occidentalista, dei pasdaran della coalizione Epstein. In quel caso le parole sono manifestatamente manipolatorie.
Parlo, in realtà, di chi guarda attonito, arrabbiato e addolorato il succedersi degli eventi, perché da tempo aveva subodorato in quale via senza uscita le nostre classi dirigenti ci stavano traportando. Di chi aveva compreso il viaggio verso la catastrofe già qualche anno fa, con quell’ammodernato “spezzeremo le reni alla Grecia” annunciato dai notabili europei.
Già allora si preparava l’ottusità mentale della guerra, già allora il buon senso comune si inorgogliva nel parlare di paesi sregolati, di colpe storiche, di punizioni collettive; di Piigs, come fossero porci che sguazzano nel letame.
Ecco tutti coloro che hanno drizzato per tempo le antenne, oggi annaspano, ci pensano e ci ripensano senza mai pronunciare quella locuzione un tempo sussurrata come un monito, quando disturbava i sonni dei bambini mandati a letto con la paura della Bomba.
Eppure tutte le cancellerie si stanno affrettando come se fosse la Terza Guerra Mondiale. Più passano le ore e meno si riescono a concepire messaggi tranquillizzanti. Gli altri, quelli della civilizzazione a suon di macerie, non la chiameranno mai mondiale.
Per loro il mondo si riduce alla tratta Los Angeles/Berlino, con puntatine a Doha. Il resto è primitivismo sacrificabile. Ma noi sì. Potremmo anche iniziare a farlo. Potremmo iniziare a fare i conti con la paura.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













