La guerra che nessuno osa chiamare mondiale

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Il mondo brucia ma continuiamo a parlare di crisi locali. Mentre le cancellerie si muovono come in una guerra globale, l’Occidente evita la parola proibita: mondiale. La paura resta sotto la superficie, coperta da eufemismi e propaganda.

Come la dovremmo chiamare?

C’è questo pudore, tra l’intimorito e l’incredulo, che vuole negare la corrispondenza tra la realtà e le parole. Accade anche quando si parla di lavoro, o meglio di alienazione economica ed esistenziale legata al lavoro. Si rifiuta la concretezza dei rapporti di subordinazione. Tutti si percepiscono manager per consolarsi nella dimensione del sogno.

Così è per la guerra. Non riusciamo a chiamarla mondiale. “A pezzi”, indorò così la pillola Papa Francesco. Ma fu l’unico a contemplare l’argomento. Per il resto nessuno ha voglia di unire i puntini. Non parlo in questo caso del fanatismo occidentalista, dei pasdaran della coalizione Epstein. In quel caso le parole sono manifestatamente manipolatorie.

Parlo, in realtà, di chi guarda attonito, arrabbiato e addolorato il succedersi degli eventi, perché da tempo aveva subodorato in quale via senza uscita le nostre classi dirigenti ci stavano traportando. Di chi aveva compreso il viaggio verso la catastrofe già qualche anno fa, con quell’ammodernato “spezzeremo le reni alla Grecia” annunciato dai notabili europei.

Già allora si preparava l’ottusità mentale della guerra, già allora il buon senso comune si inorgogliva nel parlare di paesi sregolati, di colpe storiche, di punizioni collettive; di Piigs, come fossero porci che sguazzano nel letame.

Ecco tutti coloro che hanno drizzato per tempo le antenne, oggi annaspano, ci pensano e ci ripensano senza mai pronunciare quella locuzione un tempo sussurrata come un monito, quando disturbava i sonni dei bambini mandati a letto con la paura della Bomba.

Eppure tutte le cancellerie si stanno affrettando come se fosse la Terza Guerra Mondiale. Più passano le ore e meno si riescono a concepire messaggi tranquillizzanti. Gli altri, quelli della civilizzazione a suon di macerie, non la chiameranno mai mondiale.

Per loro il mondo si riduce alla tratta Los Angeles/Berlino, con puntatine a Doha. Il resto è primitivismo sacrificabile. Ma noi sì. Potremmo anche iniziare a farlo. Potremmo iniziare a fare i conti con la paura.

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parole ribelli, menti libere

Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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