Kiev sotto assedio: la Russia colpisce ovunque, e arriva la Corea del Nord

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In 24 ore Mosca distrugge 13 aziende ucraine tra logistica, industria e commercio a Kiev. Zero missili intercettati: gli USA non hanno più scorte. Brovdi avverte la NATO sui 400 droni Shahed al giorno. Confermato dispiegamento di un’unità missilistica nordcoreana in Russia.

Kiev colpita nei suoi gangli vitali: la Russia distrugge magazzini, logistica e industria in tredici aziende in una notte

Nell’ultimo raid russo non è stato abbattuto un solo missile, per il semplice motivo che nessun tentativo di intercettazione è stato compiuto. Ma il dato più clamoroso di questa ondata di attacchi non riguarda la difesa aerea mancata: riguarda la scala e la precisione con cui l’apparato economico ucraino è stato colpito.

Nelle sole ultime ventiquattro ore la Russia ha raso al suolo centri logistici di supermercati, magazzini alimentari, il principale hub di evasione ordini di Rozetka, un secondo complesso Epicentr, un terminale di Nova Poshta, una delle maggiori fabbriche di piastrelle ceramiche del paese e un vasto complesso di serre floricole.

Almeno tredici aziende risultano colpite: il centro logistico NOVUS ha subito colpi diretti multipli con interruzione totale delle operazioni; il centro di smistamento Nova Post a Kiev è stato distrutto, con tre dipendenti uccisi; il complesso di magazzini Rozetka a Brovary è stato raso al suolo; due impianti logistici di Epicentr sono stati distrutti insieme alla fabbrica Epicentr Ceramic Corporation, con un operaio morto; il principale magazzino di INTERTOP è andato completamente perduto.

Numeri che, sommati, disegnano il colpo più pesante inferto all’apparato produttivo civile ucraino dall’inizio dell’invasione su vasta scala, non un episodio isolato, ma l’apice di una campagna che nella sola prima metà del 2026 ha visto la Russia lanciare oltre seimila droni e settecento missili sulla sola Kiev.

Vale la pena ricordare da dove nasca la promessa dei famosi “quaranta giorni” evocati da Volodymyr Zelensky: non una boutade propagandistica, ma il riconoscimento implicito di una strategia precisa — infliggere il massimo danno possibile alla Russia in una finestra temporale limitata, sperando di costringerla al negoziato prima che le scorte ucraine di intercettori si esaurissero insieme alla presunta “posizione di forza”.

Il calcolo, con il senno del poi, appare fin troppo ottimistico: i quaranta giorni sono scaduti, Mosca non ha negoziato nulla, e Kiev si ritrova oggi priva della copertura antiaerea necessaria proprio mentre l’avversario amplia sistematicamente il set dei bersagli colpiti.

La reciprocità sproporzionata

C’è un elemento che la narrazione ucraina preferisce non sottolineare troppo: la guerra logistica non corre a senso unico. Per settimane l’Ucraina ha incendiato sistematicamente magazzini Wildberries in profondità nel territorio russo, presentandoli pubblicamente come infrastrutture logistiche a duplice uso militare.

Poi un drone si è schiantato su una spiaggia affollata del Mar Nero uccidendo civili tra cui bambini, e la Russia ha risposto colpendo con analoga sistematicità centri commerciali, depositi alimentari, hub logistici e magazzini di materiali da costruzione ucraini.

Ma la stessa logica viene applicata in senso inverso: hub logistici, centri di distribuzione e reti di approvvigionamento alimentano entrambe le macchine belliche, e una volta superata quella soglia la reciprocità smette di essere “terrore non provocato” per diventare la grammatica prevedibile di un conflitto che entrambe le parti hanno scelto di combattere anche su questo terreno.

Il comandante ucraino, Robert Brovdi, ha offerto un dato che – al netto del messaggio “affaristico” implicito – meriterebbe di essere discusso ben oltre i confini ucraini: quando la Russia lanciava un centinaio di droni Shahed al giorno, promettendone cinquecento, la minaccia veniva percepita come risibile e gestibile. Oggi quella soglia è stata ampiamente superata: quattrocento droni al giorno, ha dichiarato Brovdi, non sono più materia da sottovalutare.

La sua conclusione, rivolta esplicitamente al resto del mondo occidentale, ha il tono di un ammonimento e di un’offerta implicita, più che di uno sfogo: non esiste, secondo il comandante ucraino, un solo paese NATO oggi in grado di difendere le proprie città da un attacco di duecento-trecento Shahed al giorno, sette giorni su sette. Una rivalutazione strategica della sicurezza nazionale occidentale, sostiene, non è più rimandabile — e l’esperienza ucraina, per quanto tragica, rappresenterebbe un patrimonio di conoscenza operativa a disposizione di chiunque si trovasse, un domani, ad affrontare lo stesso scenario.

Il fattore nordcoreano

A complicare ulteriormente il quadro arriva la notizia, riportata dal giornalista Tom Balmforth e attribuita a Andrii Cherniak della Direzione Principale dell’Intelligence ucraina, secondo cui un’unità missilistica nordcoreana ha iniziato a dispiegarsi nella Russia occidentale.

Il contingente, composto da circa novanta militari inviati da Pyongyang, sarebbe destinato alla regione di Voronezh, integrato all’interno della 112ª Brigata Missilistica russa, ed equipaggiato potenzialmente con centoventi missili balistici e sei lanciatori destinati ad attacchi contro il territorio ucraino.

Le forze armate nordcoreane avrebbero già inviato un primo lotto di quaranta missili KN-23 e KN-24 insieme al relativo personale tecnico, mentre la configurazione definitiva del dispiegamento e il numero complessivo di vettori saranno negoziati in colloqui di alto livello previsti per il mese prossimo.

Se confermato nella sua interezza, si tratterebbe del salto di qualità più significativo nella cooperazione militare russo-nordcoreana dall’inizio del conflitto: non più solo forniture di munizionamento o personale di supporto, ma un’unità missilistica operativa integrata direttamente nella catena di comando russa, con capacità di colpire il territorio ucraino su base sistematica.

Un braccio di ferro che l’Occidente non ha più i mezzi per sostenere

Il quadro che ne emerge, sommando distruzione dell’apparato logistico civile, saturazione della difesa aerea e ingresso di un nuovo attore militare come la Corea del Nord, restituisce l’immagine di un conflitto che si sta strutturalmente allontanando dalla narrazione di “guerra di logoramento gestibile” con cui l’Occidente ha accompagnato il sostegno a Kiev negli ultimi anni.

E il motivo, ripetuto ormai da praticamente tutte le analisi indipendenti e non, resta lo stesso: gli Stati Uniti non sono più in grado di fornire intercettori sufficienti per i sistemi di difesa aerea, né munizionamento adeguato per i sistemi offensivi.

Non riluttanza politica, ma scarsità materiale: le scorte si stanno esaurendo, e non ce ne sono a sufficienza nemmeno per le esigenze interne statunitensi, figuriamoci per sostenere un alleato impegnato in una guerra di logoramento contro un avversario che, nel frattempo, amplia il proprio arsenale con l’apporto nordcoreano.

Chi ha convinto Kiev — o sta convincendo se stesso, sul fronte parallelo contro l’Iran — a impostare un conflitto sull’attrito dovrebbe quantomeno avere la coerenza di garantire i mezzi per vincerlo. Il marzo 2022, quando si favoleggiava di una Russia ormai a corto di missili, è un ricordo sempre più lontano: la realtà del campo di battaglia, oggi, racconta una storia diversa da quella delle conferenze stampa.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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